Cinque per Otto

L’otto di marzo di ogni anno, oltre alle mimose e all’aria di festa, si prova a riflettere sulle più svariate declinazioni della condizione della donna nel mondo.

Buttiamo anche noi uno sguardo, cecando di cogliere qualche aspetto meno evidente, e facciamolo in un’ottica universale, non di genere, ovvero quella dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile che costituiscono l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Il quinto obiettivo recita così:

5. Realizzare l’uguaglianza di genere e migliorare le condizioni di vita delle donne

Ancora oggi vengono perseguite discriminazioni verso il genere femminile: sradicare ogni forma di violenza contro le donne nella sfera privata e pubblica, così come il loro sfruttamento sessuale, è fondamentale.

Transparency International è la più grande organizzazione a livello globale che si occupa di prevenire e contrastare la corruzione. Fondata nel 1993, con sede a Berlino, è diffusa in oltre 100 Paesi del mondo. La sua missione è dare voce alle vittime e ai testimoni di corruzione e collabora con Governi, aziende e con i cittadini per mettere un freno alla piaga della corruzione.

Oltre alla trasparenza nelle politiche e nei processi di corporate governance, oltre alla regolamentazione del lobbying e dei conflitti di interesse, piuttosto che al tema degli appalti pubblici vi sono forme nuove, sempre più difficili da identificare e contrastare efficacemente. Fra queste la sextorsion ovvero l’abuso di potere da parte di pubblici ufficiali e funzionari per ottenere benefici sessuali è una delle forme più silenziose di corruzione del mondo che colpisce le donne a livello globale. Purtroppo, la scarsa consapevolezza del problema significa che il più delle volte non viene individuata e resta impunita.

La ricerca di Transparency International non solo denuncia la sextorsion ma evidenzia anche l’urgente necessità di rimuovere le barriere che la rendono invisibile.

La sextorsion viene principalmente utilizzata per colpire donne e ragazze vulnerabili, afferma il rapporto, che cita incidenti in scuole, stazioni di polizia, centri di immigrazione, tribunali e campi profughi.

Gli esempi includono i bambini minacciati di voto sfavorevole a meno che non compiano atti sessuali con/per i loro insegnanti, donne d’affari costrette a prestazioni sessuali con funzionari per vincere contratti e ragazze utilizzate come pagamento di una bustarella.

Secondo il Global Corruption Barometer 2019 di Transparency International, in America Latina, Medio Oriente e Nord Africa una persona su cinque ha sperimentato o conosce qualcuno che ha sperimentato la sextorsion per poter accedere a servizi pubblici fondamentali come l’istruzione o l’assistenza sanitaria.

Ma il fenomeno rimane in gran parte nascosto, poiché le vittime non denunciano l’abuso, devastate dalla paura delle conseguenze o anche solo di essere stigmatizzate. Inoltre, nelle politiche anticorruzione – spesso incentrate solo sui trasferimenti di denaro o altri benefici materiali – non ci sono le procedure o gli indicatori che possano attirare l’attenzione su questa preoccupante realtà. Facendosi portavoce dei deboli, il rapporto di Transparency International chiede ai governi azioni mirate e lo sviluppo di leggi per garantire che la sextorsion possa essere perseguita in modo efficace, fornendo alle vittime le modalità per denunciare l’abuso.

Nella consapevolezza che questo marchi un momento evolutivo della specie umana, ben oltre la più che inflazionata emancipazione delle donne.

Buon 8 Marzo!

8 marzo 2021

Il greenwashing, un male necessario?

Oltre ai suoi ormai famosi paradossi, il commediografo statunitense George Carlin usava dire “In qualsiasi cinico troverai un idealista deluso”. Proviamo per un attimo a mutuare il suo pensiero ed a metterlo in relazione con l’atteggiamento delle imprese rispetto agli argomenti della sostenibilità. È difficile non rispondere cinicamente considerata l’impressionante velocità e la quasi assenza di esitazione con cui le aziende hanno abbracciato la responsabilità ambientale.

Il termine greenwashing esiste dalla fine degli anni ’80, ma l’ultima raffica di comunicati stampa eco-compatibili ispirati a Greta Thunberg ha dato al termine una nuova e potente valenza. Scandali internazionali come quello delle emissioni diesel della Volkswagen sembrano illustrare un’ampia realtà di fondo: le aziende sono felici di sfoggiare le loro presunte credenziali ecologiche mentre cercano di prendersi un po’ gioco del sistema.

Un recente studio dell’Università di Stanford, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Psychological Science, propone un’interpretazione più costruttiva del fenomeno esaminando come le norme comportamentali si modificano nel tempo. Gli autori hanno scoperto che è molto più probabile che i soggetti adeguino il proprio comportamento quando notano un numero significativo di altri che cambiano il loro, anche quando ciò significa sacrificarsi. In altre parole, ci aggrappiamo ai nostri vecchi modi di fare le cose fino a quando sembra che ci sia abbastanza slancio dietro il nuovo modo di agire per giustificare il cambiamento.

Tutto ciò può sembrare evidente, ma i risultati dello studio possono essere applicati al concetto di greenwashing; piuttosto che l’interpretazione cinica dell’evangelismo ambientale aziendale, non dovremmo vederlo come il primo passo per modificare il panorama normativo?

Affinché le persone possano apportare cambiamenti reali, devono essere bombardate da messaggi che le convincono che (anche) gli altri stanno cambiando. Ovviamente a un certo punto questa argomentazione cade – abbiamo bisogno di azioni oltre che di parole – ma sembra che spendiamo un sacco di tempo ed energia per denunciare presunti greenwasher invece di orientare le risorse nel tentativo di affrontare il cambiamento in modo più positivo.

Per dirla in altro modo, sembrerebbe che in molti stiano andando nella giusta direzione quando si tratta di riscaldamento globale; la domanda è: quanta ortodossia chiediamo ai nostri compagni di viaggio, è meglio impiegare la carota o il bastone?

Un percorso potrebbe essere quello di promuovere un ambiente in cui le aziende possano ammettere i loro fallimenti e nel contempo di condividere i loro successi. Gli obiettivi imposti dalla crisi climatica sono impegnativi ed è ragionevole accettare che le aziende potrebbero non riuscire a raggiungere questi obiettivi dai primi tentativi.

Il reporting su tematiche ambientali dovrebbe essere considerato alla stessa stregua della rendicontazione finanziaria e dovrebbe essere soggetta allo stesso livello di monitoraggio e controllo. L’alternativa, in cui continuiamo a lanciare pietre a coloro che osano fallire, guiderà solo il conservatorismo e la recidiva, scoraggiando proprio il tipo di assunzione di rischi e innovazione di cui abbiamo bisogno per passare alla fase successiva nello sviluppo di risposte dell’economia alla crisi climatica.

L’esperienza di UN PRI (I Principi di Investimento Responsabile delle Nazioni Unite) ai quali hanno aderito circa 2000 istituzioni potrebbe risultare eloquente in questa prospettiva. Questa importantissima iniziativa dei grandi investitori, istituita per elevare gli standard ambientali, sociali e di governance nel settore della gestione patrimoniale, ha messo il 10% dei suoi firmatari in una watchlist per non aver raggiunto i propri obiettivi ESG l’anno scorso.

Da allora, è stato riferito che 88 delle 185 società notificate hanno migliorato i propri standard, mentre altri 42 lo faranno entro la fine dell’anno. Tuttavia, 50 società con oltre 1 milione di dollari di masse gestite non sono riuscite a migliorare, e molte di esse rinunceranno all’adesione alla fine del 2020.

I nomi non si conoscono, ma l’idea che alcune grosse società finanziarie non facciano dell’UN PRI il loro faro in tema di ESG dovrebbe far riflettere. I cinici potrebbero indicare questa watchlist come prova che il sistema ha fallito. Ma non è in realtà una prova del funzionamento del sistema, che indica come le bad practice non prosperano e le aspettative stanno diventando più rigorose?

È fondamentale trovare le modalità di inserire misure ambientali proattive nell’operatività quotidiana delle nostre attività. Parte di questo processo è il riconoscimento che, in questa fase ancora relativamente precoce dello sviluppo dell’economia a basse emissioni di carbonio, dobbiamo lavorare pensando che chi non è contro di noi, è con noi.

Fonte: Financial Times

“Carbonomics” – potenziale rimodellatore dell’industria energetica

Man mano che i cambiamenti climatici diventano fondamentali, sarà vitale trovare una soluzione per la decarbonizzazione che abbia senso finanziariamente, con il minor impatto possibile sul reddito disponibile per i consumatori, la più ampia innovazione tecnologica e con forme di finanziamento efficienti. Considerando quasi 100 diverse tecnologie in tutto lo spettro dell’economia, dalla mobilità alla generazione di energia, costruzioni, agricoltura, si è provato ad identificare le tecnologie chiave che potrebbero aiutare a raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero nei prossimi decenni. Ci sono incredibili opportunità a basso costo, che guideranno gli investimenti nei prossimi anni, ma potrebbero non essere sufficienti per ottenere la desiderata quota zero netto di carbonio, pertanto è fondamentale continuare a promuovere l’innovazione tecnologica. Allo stesso tempo, viene prestata attenzione a quelle tecnologie che consentono di recuperare CO2 dall’atmosfera ovvero le tecnologie CCS (Carbon Capture & Storage). Guardando al settore energetico, sembrano esserci due aree chiave in cui la tecnologia inizia ad essere “in the money”: generazione di energia da fonti eoliche e solari, oltre ad alcune opportunità davvero interessanti nella mobilità, specialmente nei centri urbani per autobus, veicoli per passeggeri così come nello shipping. Insieme queste direzioni potrebbero significare opportunità di investimento per 1-2 trilioni di dollari all’anno nei prossimi decenni, al fine di raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero.

I risultati della ricerca mostrano che circa il 50% della decarbonizzazione è realizzabile con costi ragionevoli, ma in seguito la curva dei costi diventa molto ripida. Ciò significa che avremo bisogno una vera svolta tecnologica per quanto l’accumulo di energia e/o per l’ambito CCS. E una delle cose più interessanti da osservare degli ultimi anni è quanto poco è stato investito nelle tecnologie CCS (meno dell’1% dell’investimento nella produzione di energia solare o eolica) sia che si tratti di soluzioni naturali come la riforestazione sia direttamente nello sviluppo di tecnologie CCS. La tecnologia è disponibile e funziona ma deve essere sviluppata in scala per migliorare significativamente il profilo di rendimento. L’uso e lo stoccaggio del CO2 sembra si trovi in una fase di sviluppo analoga al solare negli anni ’90: pochissimi investimenti, potenziale enorme, ma senza la capacità di fornire ancora economie su scala. I 20 anni seguenti hanno mostrato che i prezzi potrebbero scendere dell’80-90% a seguito di un importante ridimensionamento degli investimenti. Si potrebbe pensare (sperare) che vedremo la stessa evoluzione nelle tecnologie CCS.

I mercati dei capitali stanno prestando un’attenzione crescente alle questioni relative ai cambiamenti climatici e sono attualmente uno dei principali motori del cambiamento nella società globale. Un dato fondamentale è quello diffuso dall’AIE, l’Agenzia Internazionale dell’Energia: le fonti fossili non sono destinate a scomparire, almeno per i prossimi 20 anni. Nonostante l’apporto delle energie rinnovabili nel mix energetico sia in continua crescita, un futuro senza combustibili fossili è ancora lontano. I dati dimostrano che il settore energetico produce circa il 70% delle emissioni di CO2 perciò non è possibile immaginare un futuro senza una precisa strategia di abbattimento delle emissioni. Dal 2012 ad oggi abbiamo visto che le delibere assembleari sui cambiamenti climatici sono raddoppiate e il sostegno degli azionisti è triplicato. Ciò sta costringendo le aziende a incorporare seriamente e concretamente i cambiamenti climatici nella loro gestione del rischio, nelle loro prospettive di investimento e nel modo in cui pensano allo sviluppo futuro del loro business. Sta anche cambiando completamente il modo in cui funziona il finanziamento nel settore energetico: da un lato nuove possibilità per finanziare soluzioni a basse emissioni di carbonio e dall’altro lato un severo inasprimento delle condizioni finanziarie nelle attività tradizionali delle idrocarburi, al punto che siamo ora in una fase di sottoinvestimento strutturale in oil & gas. Questo può avere conseguenze dirette sul processo di decarbonizzazione nei prossimi 10-20 anni, attraverso un aumento dei prezzi degli idrocarburi per raggiungere due obiettivi chiave: a) incentivare il consumatore a trovare un’alternativa a basse emissioni di CO2 e b) evitare l’accumulo e il blocco di strumenti finanziari e risorse a lungo termine. Inoltre, l’inasprimento delle condizioni finanziarie nell’industria petrolifera e del gas sta creando barriere all’ingresso più elevate e incentivando il consolidamento al punto che diventa plausibile il risorgere delle “sette sorelle”: come negli anni ’50 -’60 quando sette grandi compagnie petrolifere e del gas dominavano i nuovi sviluppi dell’industria degli idrocarburi su larga scala. Se da un lato questa struttura dell’industria dell’energia ha creato in passato rendimenti più elevati, è altrettanto vero che il consolidamento può portare a meno innovazione, a minori investimenti e nel complesso a una minore produzione (e conseguente aumento dei prezzi) di petrolio e gas. Infatti, sarà l’innovazione e l’attenzione alle soluzioni a basse emissioni di CO2 a diventare il focus principale delle grosse aziende e questo mix aiuterà ad accelerare il processo di decarbonizzazione nell’economia globale.

Per quanto riguarda i regolatori, attualmente tutti i governi, ogni paese tende ad avere diversi incentivi per le tecnologie a basse emissioni di CO2 e alcuni di questi stanno dimostrando di avere molto successo, in particolare in settori come l’eolico, il solare e lo stoccaggio di energie, ma ancora in maniera poco strutturata. Le principali domande degli investitori per il 2020 riguardano il ruolo dell’industria energetica, in particolare delle grandi compagnie petrolifere e del gas, nella decarbonizzazione. Sono esse driver di cambiamento o no? In che modo la loro attività può trasformarsi per consentire minori emissioni di CO2? In realtà, la ricerca mostra che i loro bilanci e le loro capacità di gestione del rischio possono sostenere un ruolo chiave nel consentire una più ampia diffusione delle soluzioni a basse emissioni di CO2, in particolare nella generazione di energia e nella mobilità, nonché nel finanziamento di alcune delle più preziose tecnologie emergenti di CCS.

Alcuni investitori guardano soltanto il rendimento del capitale in termini strettamente finanziari e in realtà i giganti dell’energia hanno offerto degli ottimi rendimenti negli ultimi decenni. Pertanto, la riduzione dei rendimenti finanziari nell’industria degli idrocarburi potrebbe orientare la liquidità deli investitori verso nuove interessanti opportunità nelle energie rinnovabili, nelle tecnologie CCS e nelle soluzioni a basse emissioni di CO2. Ciò potrebbe significare ridurre l’intensità di CO2 fino al 10-20% nel prossimo decennio, migliorando al contempo i rendimenti delle imprese e riducendo l’impatto dell’economia globale sull’ambiente.

(fonte: GS Research)

Investimento responsabile… ma cosa vuol dire?

L’investimento responsabile, che prende in considerazione fattori ambientali, sociali e di corporate governance (ESG) sta diventando sempre più un fenomeno sui mercati dei capitali del mondo. ESG è un aspetto dell’investimento guidato dalla domanda, in quanto gli investitori di oggi, in particolare le generazioni più giovani (in parte la generazione Y, i millennial e i giovani), non si occupano solo del rendimento e del rischio dei loro investimenti, ma anche dell’impatto conseguente, che va dalla gestione delle diversità sul posto di lavoro alle impronte ambientali, con in mezzo centinaia di fattori che vengono esaminati periodicamente per un numero crescente di aziende in tutto il mondo. Sulla base dei punteggi dei fattori, le società vengono classificate e confrontate tra loro.

In generale, l’obiettivo delle società è massimizzare il profitto e il ritorno sugli investimenti per gli azionisti. Fino all’inizio del secolo l’inquinamento ambientale era considerato un prezzo da pagare per una crescita e un profitto più rapidi, ora, tuttavia, stiamo vivendo un tempo in cui l’inquinamento sta iniziando a ridurre la crescita economica. Il denaro speso per la protezione dell’ambiente, come ad esempio per favorire aria pulita e acqua non inquinata, non è solo un costo, ma soprattutto un investimento che produce un rendimento misurabile.

Per una migliore comprensione dei fattori ambientali, sociali e di governance che stanno cambiando i modelli decisionali di investimento, vediamo una panoramica completa di quali fattori sono presi in considerazione nella teoria ESG.

La componente ambientale richiede una ricerca su una varietà di elementi che illustrano l’impatto di un’azienda sulla Terra, sia in modo positivo che negativo e che riguardano i cambiamenti climatici, le emissioni di CO2 (biossido di carbonio), l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, gli sprechi e la deforestazione.

Obiettivi relativi alle emissioni di gas a effetto serra e trasparenza sul modo in cui la società sta raggiungendo tali obiettivi: attualmente un terzo delle 200 più grandi aziende del mondo non dichiarano in maniera completa e trasparente le proprie emissioni di gas a effetto serra (GHG) e ancor meno hanno pianificato misure in linea con l’ambizioso obiettivo dell’accordo di Parigi di limitare a 1,5 °C l’aumento della temperatura globale

Impronta di carbonio e intensità di carbonio (inquinamento ed emissioni): la cui riduzione è essenziale nell’intento di porre fine allo sfruttamento eccessivo delle risorse. Le prime 20 società di combustibili fossili con il loro sfruttamento incessante delle riserve mondiali di petrolio, gas e carbone sono responsabili del 35% di tutto il gas serra prodotto per ragioni legate alla produzione di energia in tutto il mondo negli ultimi 50 anni. Tra queste società ci sono nomi sonori come ExxonMobil, Gazprom e Chevron… Ma le emissioni “fisiche” di CO2 sono solo una parte del problema climatico. Ci sono modi molto più subdoli per lasciare una pessima impronta ambientale dietro il nostro passaggio. Una recente ricerca di Harvard evidenzia quanto ExxonMobil nei documenti pubblici abbia instillato dubbi sulla reale portata dei cambiamenti climatici e sulle responsabilità umane del surriscaldamento terrestre. Non meno di 35 delle 50 industrie più influenti del Pianeta sono attivamente impegnate addirittura a contrastare le politiche climatiche. Se la maggior parte delle multinazionali si può classificare “neutrale”, perché non supporta né ostacola con convinzione le misure ambientali proposte da governi e istituzioni, ci sono 15 grandi società che appoggiano pubblicamente la transizione energetica verso le fonti green e la mobilità elettrica: Apple, Ikea, Unilever e gli altri nomi che hanno siglato l’iniziativa RE100 con l’impegno di consumare il 100% di energia rinnovabile, poi varie utility tra cui Enel, EDF, Iberdrola.

L’utilizzo di energia rinnovabile, incluso l’eolico e il solare: ogni anno Intel utilizza circa 3.100.000.000 di kWh di energia da fonte eolica, solare, idroelettrica e da biomassa. Il loro impegno per diventare green arriva con l’installazione di quasi trecentomila metri quadrati di pannelli solari in 9 paesi secondo il loro rapporto sulla responsabilità aziendale. La società afferma che dal 2012 hanno investito $ 185 milioni in 2000 progetti di risparmio energetico. Il 100% dell’elettricità utilizzata da Intel negli Stati Uniti e nell’UE proviene da fonti energetiche rinnovabili.

Il pilastro sociale di ESG può essere piuttosto difficile da comprendere poiché esiste una vasta gamma di metriche per definire e misurare gli aspetti sociali, dai rapporti di lavoro, alla gestione delle diversità nell’ambito della forza lavoro, alle pratiche di approvvigionamento e della catena di distribuzione.

C’è ancora molta strada da fare, anche per via della caratteristica intrinseca degli aspetti social, che comportano un miglioramento delle performances a lungo termine, a differenza delle altre due componenti ESG il cui impatto risulta riscontrabile anche nel breve periodo, riuscendo pertanto a captare l’interesse degli investitori, che tendono a concentrarsi sui rischi a breve termine e sui rendimenti finanziari.

In realtà i fattori sociali non sono così complessi e astratti come potrebbero sembrare e poiché la qualità dei dati è in costante miglioramento, si sta delineando una forte correlazione tra aspetti sociali e prestazioni finanziarie. I fattori sociali sono costituiti da elementi correlati alle persone come la cultura aziendale e le problematiche che incidono su dipendenti, clienti, consumatori e fornitori, sia all’interno dell’azienda che nella società. Vediamo qualche esempio:

Retribuzione / impegno / formazione e sviluppo dei dipendenti: vi è una crescente evidenza che suggerisce che una forte cultura aziendale e l’impegno dei dipendenti caratterizzano le aziende con le migliori performances. Si tratta di società in cui l’impegno concreto a creare un ambiente di lavoro positivo prende la forma degli incentivi alla crescita professionale e personale dei dipendenti, ad un costante confronto con le organizzazioni sindacali volto a ridurre la disparità salariale tra uomini e donne – considerato che a livello globale le donne guadagnano il 40% in meno rispetto agli uomini per un incarico equivalente. La sfida per i policy-maker non è ovviamente solo economica ma anche sociale perché serve tempo per cambiare le convinzioni di fondo più profonde in merito al genere e al lavoro in culture diverse.

Diversità e inclusione nelle assunzioni e nella garanzia di pari opportunità: eliminazione della discriminazione sul luogo di lavoro e nelle policy aziendali in riferimento a criteri come razza, genere, età, nazione di origine, percorso di carriera, esperienza nel settore ed educazione. La diversità di un’azienda, non solo quella di genere ma anche generazionale, culturale e di competenze – a partire dalla composizione del proprio Consiglio di Amministrazione – si può misurare e porta benefici in termini anche finanziari.

La componente di governo societario si riferisce alla condotta dell’organo amministrativo e alla supervisione della società, nonché al cambiamento in atto da un atteggiamento che privilegia il punto di vista del management ad una visione più ampia che prende in considerazione le istanze di tutti gli stakeholders. Vediamo qualche esempio:

  • Compensi, bonus e vantaggi dei dirigenti: i regolatori di molti paesi, inclusi gli Stati Uniti e il Regno Unito, richiedono alle società quotate in borsa di consentire agli azionisti di votare a intervalli regolari per i pacchetti retributivi del top management, per il  contenimento a livelli equilibrati e commisurati con le performance e con i risultati dell’azienda – considerato che effettivamente alcune strutture retributive contrastano con l’interesse a lungo termine degli azionisti in quanto consentono ai manager di attuare condotte perverse, volte a massimizzare non la ricchezza dell’impresa, bensì la propria. La normativa di riferimento per le società quotate richiede trasparenza sui processi di nomina dei membri del board, sulla retribuzione di management e dipendenti, sulle assunzioni e sui processi di selezione.
  • La separazione dei ruoli di gestione e di controllo ovvero la coerenza fra il complesso di principi, regole, meccanismi e relazioni che disciplinano la gestione dell’impresa e le modalità e gli strumenti di monitoraggio e verifica atti al raggiungimento degli obiettivi sociali

Anche la corporate governance può contribuire alla sostenibilità, nella misura in cui le imprese e i loro organi amministrativi operino in modo responsabile, facendosi carico – anche aldilà di quanto previsto dalla legislazione, seppure nel rispetto di essa – delle tematiche che riguardano il loro impatto sull’economia, sulla società e sull’ambiente.

  • La trasparenza e la completezza delle informazioni veicolate nelle dichiarazioni di carattere non finanziario al fine di rendere noto il potenziale impatto sulla sostenibilità ambientale e sociale dell’impresa, ma anche per quanto riguarda gli aspetti di governo societario e di organizzazione dell’impresa, specialmente in termini di gestione dei rischi.

Tali informazioni consentono ai terzi di conoscere i comportamenti dell’impresa e di valutarli, premiando o penalizzando le imprese che adottano pratiche rispettivamente conformi o difformi dai criteri preferiti di ESG. Naturalmente, la trasparenza per essere efficace deve essere credibile. Di qui l’importanza sia dei controlli esterni che di quelli interni all’impresa, tanto rispetto all’attività informativa quanto rispetto ai comportamenti concretamente seguiti in materia di sostenibilità.

ESG – La posizione dell’ONU

La crescita dell’attenzione verso i fattori ESG è stata accompagnata da interventi istituzionali del massimo livello da parte delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea che hanno emesso i principi di riferimento che costituiscano altrettante linee guida sia per i governi nazionali al fine di creare il necessario quadro normativo, sia per gli investitori che assumono così un ruolo di catalizzatore: la spinta del mercato atta ad innescare un circolo virtuoso che stimoli le imprese nel loro evolversi verso modelli di business sostenibili.

I principi dell’Onu

Il Global Compact delle Nazioni Unite è l’iniziativa strategica di cittadinanza d’impresa più ampia al mondo.

Nasce dalla volontà di promuovere un’economia globale sostenibile: rispettosa dei diritti umani e del lavoro, della salvaguardia dell’ambiente e della lotta alla corruzione. È stata proposta, per la prima volta nel 1999, presso il World Economic Forum di Davos, dall’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, il quale, in quell’occasione, ha invitato i leader dell’economia mondiale presenti all’incontro a sottoscrivere con le Nazioni Unite un “Patto Globale”, al fine di affrontare in una logica di collaborazione gli aspetti più critici della globalizzazione. Mai, prima, era stata proclamata così nettamente la volontà di allineare gli obiettivi della comunità internazionale con quelli degli interessi privati del mondo degli affari.

Così, a partire da luglio 2000, è stato lanciato operativamente dal Palazzo delle Nazioni Unite di New York il Global Compact delle Nazioni Unite. Da allora, vi hanno aderito oltre 18.000 aziende provenienti da 160 paesi nel mondo, dando vita a una nuova realtà di collaborazione mondiale.

A tal fine, il Global Compact richiede alle aziende e alle organizzazioni che vi aderiscono, di condividere, sostenere e applicare nella propria sfera di influenza un insieme di principi fondamentali, relativi a diritti umani, standard lavorativi, tutela dell’ambiente e lotta alla corruzione.

Si tratta di principi condivisi universalmente in quanto derivati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dalla Dichiarazione ILO, dalla Dichiarazione di Rio e dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione.

https://www.globalcompactnetwork.org/it/il-global-compact-ita/i-dieci-principi/introduzione.html

Incorporando i Dieci Principi del Global Compact delle Nazioni Unite in strategie, politiche e procedure e stabilendo una cultura di integrità, le aziende non stanno solo gettando le basi per un successo a lungo termine, ma stanno anche sostenendo le loro responsabilità di base nei confronti dei popoli e del pianeta.

Un altro punto di riferimento è rappresentato dai sei principi promossi dalle Nazioni Unite nel 2006, noti come PRI (Principles for responsible investment), che sono stati sottoscritti (su base volontaria) da 1380 società dell’industria finanziaria per un totale di 59 mila miliardi di asset in gestione (dati a fine 2015). Essi impegnano gli aderenti a:

  1. Incorporazione dei temi ESG (ambientali, sociali e di governance) nell’analisi di investimento e nei processi decisionali.
  2. Impegno ad agire da azionisti attivi e a inserire i temi ESG nelle proprie politiche e pratiche di gestione.
  3. Richiesta alle società in cui si investe di comunicare in modo appropriato le istanze ESG.
  4. Impegno a farsi promotori dell’accettazione e dell’implementazione di tali principi tra gli investitori
  5. Collaborazione per aumentare la propria efficacia nella messa in pratica dei principi.
  6. Impegno a stilare un resoconto delle attività e dei progressi raggiunti nell’applicazione dei principi.

I PRI offrono una serie di azioni possibili per integrare le questioni ambientali, sociali e di governo societario nelle pratiche di investimento.

Successivamente, il 25 settembre 2015, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, alla quale hanno preso parte oltre 150 leader provenienti da tutto il mondo, ha adottato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, la quale si articola in 17 obiettivi – i Sustainable Development Goals (SDGs) – articolati in 169 sotto-obiettivi (target) e 244 indicatori.

17 Sustainable Development Goals si riferiscono a diversi ambiti dello sviluppo sociale, economico e ambientale, che devono essere considerati in maniera integrata, inclusi i processi che li possono accompagnare, e favorire in maniera sostenibile, inclusa la cooperazione internazionale e il contesto politico e istituzionale, lo sviluppo economico e sociale. Sono presenti come componenti irrinunciabili, numerosi riferimenti al benessere delle persone e a un’equa distribuzione dei benefici dello sviluppo. Ogni goal ha obiettivi specifici da raggiungere da qui al 2030. Concordati dall’ONU sono strettamente correlati tra loro e mirano a risolvere, successivamente all’identificazione dei target, un’ampia gamma di problematiche riguardanti lo sviluppo economico e sociale: povertà, fame, salute, istruzione, cambiamento climatico, uguaglianza di genere e sociale, acqua, energia, urbanizzazione, ambiente, servizi igienico-sanitari.

https://www.globalcompactnetwork.org/it/il-global-compact-ita/sdgs/business-sdgs.html

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite impegna tutti i Paesi a contribuire allo sforzo necessario a portare il mondo su un sentiero sostenibile, senza più distinzione tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo.

I 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile e i relativi 169 sotto-obiettivi, oltre ad essere interconnessi ed indivisibili, sono di natura globale e universalmente applicabili.

Ciascun Paese è libero di decidere come questi obiettivi debbano essere incorporati nelle politiche e nei processi decisionali, definendo a tal fine una propria strategia nazionale di sviluppo sostenibile, i cui risultati dovranno essere rendicontati all’interno di un processo di monitoraggio e verifica del perseguimento degli SGDs coordinato dall’ONU e realizzato mediante un sofisticato panel di indicatori statistici globali individuati per misurare i singoli target.

Nondimeno, l’attuazione dell’Agenda richiede un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura, al fine di stimolare un’ampia mobilitazione verso la definizione di un nuovo modello di crescita sostenibile. In tale ambito si riconosce, in particolare, il ruolo fondamentale svolto dai Parlamenti nazionali attraverso la produzione normativa, l’adozione dei budget e la realizzazione efficace dei programmi.

In Italia, il principale strumento di attuazione dell’Agenda 2030 è costituito dalla Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile-SNSvS, approvata dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) il 22 dicembre 2017, nella quale sono definite le linee direttrici delle politiche economiche, sociali e ambientali finalizzate a raggiungere gli SDGs entro il 2030.

La Strategia, che deve essere aggiornata dal Governo con cadenza almeno triennale, contiene una serie di scelte strategiche e obiettivi nazionali articolati all’interno di cinque aree speculari a quelle degli SGDs (Persone, Pianeta, Pace, Prosperità, Partnership), cui è associato un elenco preliminare di strumenti di attuazione individuati nel processo di consultazione istituzionale.

Sostenibilità – il quadro europeo

I tre pilastri fondamentali su cui si fonda il quadro normativo europeo in tema di finanza sostenibile sono:

• la creazione di un meccanismo di classificazione, c.d Tassonomia, delle attività economiche che hanno un contributo positivo sull’ambiente e che permetta di qualificare gli investimenti cosiddetti sostenibili;

• l’introduzione dell’obbligo di disclosure sulle attività ESG in capo a tutti gli operatori del settore finanziario, da investitori istituzionali a Private Banking;

l’integrazione dei fattori ESG sia nel processo di selezione degli investimenti che nelle logiche di product governance e verifica dell’adeguatezza delle preferenze dei propri clienti, coerentemente tra i vari settori.

La Commissione Europea ha istituito, a dicembre 2016, un gruppo di esperti (High Level Technical Expert Group on Sustainable Finance, “HLEG”) al fine di sviluppare una strategia per l’Unione Europea in materia di finanza sostenibile.

Il 31 gennaio 2018 è stata pubblicata la relazione finale del gruppo che individua due imperativi per il sistema finanziario europeo:

•  miglioramento del contributo della finanza alla crescita sostenibile e inclusiva;

• consolidamento della stabilità finanziaria attraverso l’integrazione dei fattori ESG nelle decisioni di investimento.

Per dar seguito al lavoro dell’HLEG, la Commissione ha pubblicato l’8 marzo 2018 un piano d‘azione («Action Plan») per finanziare la crescita sostenibile che contribuirà a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima e quelli di sviluppo sostenibile indicati nel documento dalla Commissione.

Nello specifico, con il Piano d’azione la CE si pone l’obiettivo di:

  • Riorientare i flussi di capitali verso un’economia più sostenibile
  • Integrare la sostenibilità nella gestione dei rischi
  • Promuovere la trasparenza e la visione a lungo termine

Nel Piano d’Azione sulla finanza sostenibile (Action Plan on Financing Sustainable Growth) la Commissione Europea illustra le 10 Azioni che intende adottare per orientare il mercato dei capitali verso un modello di sviluppo sostenibile.

  1. Istituire un Sistema unificato di classificazione delle attività sostenibili (c.d.Tassonomia)
  2. Creare norme e marchi per i prodotti finanziari sostenibili
  3. Promuovere gli investimenti in progetti sostenibili
  4. Integrare la sostenibilità nella fornitura di consulenza
  5. Elaborare indici di sostenibilità
  6. Integrare meglio la sostenibilità nei rating e nella ricerca
  7. Chiarire gli obblighi degli investitori istituzionali e dei gestori
  8. Integrare la sostenibilità nei requisiti prudenziali
  9. Rafforzare la comunicazione in materia di sostenibilità e la regolamentazione contabile
  10. Promuovere un governo societario sostenibile e attenuare la visione a breve termine nei mercati dei capitali

https://ec.europa.eu/transparency/regdoc/rep/1/2018/IT/COM-2018-353-F1-IT-MAIN-PART-1.PDF

L’evoluzione del quadro normativo europeo in tema di sostenibilità avrà un impatto significativo su Banche, Asset Manager, Compagnie assicurative. In particolare, già a partire dai prossimi mesi gli operatori del settore dovranno affrontare tematiche di rilievo, come ad esempio:

  • Classificazione delle attività ESG
  • Product Governance e Target Market
  • Distribuzione dei prodotti e Adeguatezza
  • Trasparenza e informativa alla clientela
  • Corporate Governance e requisiti organizzativi

La strategia delineata nel Piano di Azione è un primo fondamentale passo per la sostenibilità, ma per esplicitare interamente il suo potenziale dovrà essere completata da altre misure, con uno sforzo congiunto da parte di tutti i soggetti rilevanti.

Nel 2018 la Commissione Europea ha istituito il TEG (Technical Expert Group on Sustainable Finance) – un gruppo di 35 esperti in materia di finanza sostenibile, con la funzione di supportare la Commissione nell’attuazione dell’Action Plan approvato a maggio 2018 attraverso studi approfonditi su:

  • tassonomia SRI, ovvero un sistema unico di classificazione delle attività economiche che possono essere definite “sostenibili” (con priorità ai temi della mitigazione e dell’adattamento al cambiamento climatico);
  • miglioramento delle linee guida sulla rendicontazione delle attività legate al cambiamento climatico da parte di banche, compagnie assicuratrici e altre imprese di grandi dimensioni;
  • criteri comuni per la costruzione di benchmark low-carbon e positive-carbon impact, ossia di parametri di riferimento affidabili per ridurre il rischio di greenwashing e aumentare la trasparenza del mercato;
  • Green Bond Standard, una certificazione di qualità europea per le obbligazioni verdi.

Le risposte a queste problematiche sono contenute nel report finale di TEG pubblicato il 9 marzo 2020.

Sono 70 le attività considerate, dall’agricoltura alla produzione di energia, dall’Ict (information & communication technology) al comparto manifatturiero, dai trasporti alle costruzioni ovvero quell’insieme di settori che produce il 93% delle emissioni inquinanti europee.

Per ognuna la tassonomia fornisce i criteri di screening: le soglie tecniche perché ogni attività possa essere definita sostenibile.

Il rapporto del Teg individua tre categorie di attività considerate sostenibili: low carbon (quelle con basse emissioni inquinanti, che già oggi rispettano i criteri green), transition e enabling.

Le prime sono le attività ambientalmente sostenibili, attività che già adesso sono compatibili con gli obiettivi di carbon neutrality, che cioè producono basse emissioni inquinanti.

Poi ci sono le attività transition: che non sono assolutamente compatibili con gli obiettivi ambientali fissati per il 2050, ma che sono fondamentali per l’economia, come ad esempio la produzione di cemento e acciaio– attività per cui al momento non esistono alternative green. Per queste sono stati identificati criteri stringenti, legati alle migliori tecnologie al momento disponibili. Soglie che andranno abbassate di anno in anno, di pari passo con le evoluzioni tecnologiche.

Infine il terzo gruppo sono le attività enabling (cioè “abilitanti”): non prettamente green, ma utili per le altre due categorie, per esempio misure di efficientamento energetico, caldaie ad alta efficienza, infissi ad elevata performance – misure che, se usate per ristrutturare un edificio, non riescono a portarlo a emissioni zero, ma ne aumentano l’efficienza energetica.

Le soglie di performance aiuteranno le aziende, i promotori di progetti e gli emittenti ad accedere a finanziamenti verdi per migliorare le loro prestazioni ambientali, oltre ad aiutare a identificare quali attività sono già ecocompatibili.

L’obbligo di applicazione riguarda innanzitutto le aziende soggette alla direttiva per la rendicontazione delle informazioni non finanziarie (Non-Financial Reporting Directive-NFRD): aziende quotate con oltre 500 dipendenti, banche e assicurazioni che saranno tenute a fornire informazioni sulle loro attività in riferimento alla tassonomia.

Ma fra i soggetti che dovranno applicare la tassonomia troviamo anche gli investitori istituzionali, ovvero gli operatori finanziari impegnati nell’investimento sostenibile e responsabile (SRI) che offrono prodotti finanziari nell’UE, inclusi i fondi pensione, i quali dovranno fornire informazioni riguardo l’attinenza alla tassonomia dei prodotti che offrono.

La Tassonomia sarà anche il riferimento per attribuire incentivi europei. La Commissione europea sta considerando le modalità di applicazione della Tassonomia come linee guida nel programma InvestEu per indirizzare gli investimenti europei.

Infine, la Tassonomia sarà il riferimento per l’Ecolabel finanziaria: la nuova certificazione per i prodotti finanziari sostenibili in fase di studio in questi mesi.

Entro luglio 2020, il Regolamento sulla tassonomia verrà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale europea mentre entro il 31.12.2021 entrerà in vigore un primo blocco di criteri tecnici di selezione delle attività da considerare sostenibili – quelle che contribuiscono a due dei sei obiettivi stabiliti dalla Commissione europea, di mitigazione di adattamento al climate change.

La seconda parte dei criteri tecnici di selezione delle attività da considerare sostenibili: riguardo i restanti quattro obiettivi stabiliti dalla Commissione europea (il controllo dell’inquinamento, l’uso e la protezione delle risorse idriche e marine, l’economia circolare, la protezione e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi) entrerà in vigore entro la fine del 2022.

Lo scorso dicembre la Commissione Europea ha proposto l’European Green New Deal. Il documento, approvato il 15 gennaio 2020 dal Parlamento Europeo, dettaglia in 116 punti le strategie che l’Unione Europea è intenzionata a mettere in campo per combattere il cambiamento climatico e per rivendicare il ruolo di leader mondiale nel processo di conversione verde delle economie.

Il Parlamento stesso è chiamato a impegnare i Paesi dell’Unione con il fine di mettere in moto urgenti «interventi ambiziosi per far fronte al cambiamento climatico e alle sfide ambientali, allo scopo di limitare il riscaldamento globale a 1,5º C ed evitare una perdita massiccia di biodiversità»

Il GND si articola in 3 punti principali:

1. Una rivoluzione verde entro il 2050. Per raggiungere la neutralità climatica, la Commissione europea presenterà una legge sul clima a marzo del 2020 per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e proporrà un carbon border adjustment per alcuni settori. La digitalizzazione, un network di infrastrutture di trasportofondi per le aree più deboli e un’azione politica coerente saranno i mezzi per attuare questa rivoluzione.

2. Energia, Industria e Mobilità pulite. I punti che riguardano questi tre aspetti mirano principalmente a una maggiore interconnessione dell’Europa e a una strategia concertata che migliori il Trans-European Network energetico e investa sull’eolico e le rinnovabili. La Commissione elaborerà un piano più ampio che introduca i quattro pilastri dell’Economia Circolare nell’industria, in particolare nel tessile, nell’edilizia, nell’elettronica e nella plastica. L’Unione europea potenzierà il trasporto su ferro ed elettrico, scoraggiando il carbone, limitando le emissioni aeree e navali e riformando il sistema di rifiuti.

3. Proteggere l’ambiente e la biodiversità. La Commissione inizierà nel 2020 ad attuare la Farm to Fork strategy per ridurre pesticidi e sostanze chimiche nell’agricoltura, proteggere la biodiversità e le foreste europee, limitare lo spreco di cibo e rivedere le norme per i grandi conglomerati industriali.

Pesi e misure

Il settore Oil&Gas fra le incertezze propagate dal Covid-19, alle prese con rischi reputazionali e alla ricerca di equilibri sostenibili verso la transizione energetica

In questi ultimi mesi sul Covid-19 è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto. La crisi sanitaria non si è ancora conclusa, eppure la conseguente crisi economica ci sta già mettendo a dura prova. E – come ogni crisi che si rispetti – mette in luce le debolezze e le fragilità più marcate del sistema a livello globale.

Il crollo della domanda di petrolio dovuto alla pandemia di Covid-19, unito a una selvaggia guerra dei prezzi, ha messo in ginocchio l’industria dei combustibili fossili. Secondo gli analisti il settore è di fronte alla sfida più difficile in un secolo di storia, una sfida che porterà cambiamenti duraturi. Molti parlano di uno scenario “infernale” o comunque “senza precedenti”.

Il settore petrolifero è innegabilmente in difficoltà. Il prezzo del petrolio ha raggiunto il livello più basso degli ultimi vent’anni. Da gennaio il valore delle azioni di alcune aziende petrolifere si è dimezzato, salvo qualche recupero verificatosi nella c.d. “fase due” della pandemia. Almeno due terzi degli investimenti annuali – 130 miliardi di dollari – sono andati in fumo, cancellando decine di migliaia di posti di lavoro. Abbiamo visto un fenomeno ritenuto impensabile solo pochi mesi addietro: in alcuni mercati i prezzi sono addirittura scesi sotto lo zero, con alcuni venditori disposti a pagare pur di liberarsi del petrolio nei momenti in cui in tutto il mondo le strutture di stoccaggio erano quasi piene.

Ma per una manciata di persone, manager di spicco di aziende del settore oil & gas, le cose non stanno andando poi così male…

Mentre per le loro aziende lo spettro del fallimento appare più vicino, i dirigenti di produttori petroliferi e del gas si sono concessi decine di milioni di euro (o dollari) in bonus. Ebbene, questa volta, anche per un settore come l’Oil & Gas, dove l’eccesso è di casa, gli investitori pare ne abbiano avuto abbastanza.

Diversi grandi gruppi petroliferi, vittime del settore a seguito dello schianto, hanno seguito un medesimo copione, pagando decine di milioni di dollari (o euro) in bonus a top management per poi (addirittura pochi giorni dopo), chiedere sussidi e protezione statale.

Alcuni sono andati oltre, modificando la struttura retributiva – ad esempio in modo che l’amministratore delegato abbia diritto ad un pacchetto di fine rapporto di multipli del suo stipendio (e bonus) in caso di licenziamento senza giusta causa.

A onor del vero le compagnie petrolifere non sono le uniche a pagare ingenti bonus ai dirigenti mentre si avvicinano al fallimento: i giganti americani JCPenney e Hertz, uno dei grandi magazzini, l’altro degli autonoleggi, hanno fatto altrettanto. L’argomento è che per poter sostenere una ristrutturazione come quella post Covid-19 è necessario mantenere in azienda la conoscenza, le risorse umane più valide e preparate, che sappiano gestire la ripresa; e che senza cospicui bonus il top management potrebbe andarsene.

Già… eppure ai dipendenti si parla di senso di appartenenza, di cultura aziendale, di missione comune… vuoi vedere che ci sono due pesi e due misure… e che per il top management questi sono concetti che vanno filtrati e ponderati attraverso il conto in banca??

In realtà i grandi investitori istituzionali denunciano questi fenomeni nel settore energetico come sintomatici di questioni di governance di più ampio respiro, dove la situazione in cui i dirigenti accumulano pacchetti di retribuzioni crescenti nonostante l’andamento mediocre dei corsi azionari sia una tendenza in atto da diversi anni. Più concretamente, Il management viene pagato profumatamente quando il prezzo delle azioni sale, quando il prezzo delle azioni scende e quando la società fallisce.

Normalmente i bonus vengono concessi quando si sovraperformano gli obiettivi concordati, no? Ma se una società valuta le proprie performances su base relativa rispetto ai concorrenti del settore, in un settore dove i rendimenti scendono complessivamente, è più facile far risultare positivo un risultato che in termini assoluti sarebbe mediocre, se non negativo. Basta essere bravi con i pesi e le misure.

Il settore ha registrato le peggiori performance dello S&P 500 negli ultimi periodi di uno, tre, cinque e dieci anni, mentre i gestori attivi di fondi si sono sempre più allontanati. E anni di sottoperformance hanno già spaventato molti investitori: l’energia è passata da una quota del 14% della capitalizzazione di mercato dello S&P 500 al 5% negli ultimi dieci anni interrompendo di fatto “l’epoca d’oro dei dividendi” in cui le azioni petrolifere erano un punto fermo nei portafogli d’investimento. (https://www.spglobal.com/marketintelligence/en/news-insights/trending/bsaz9hsg2ajy8pz8dd3y8q2).

Se al rischio ambientale caratteristico del settore aggiungiamo la consapevolezza della pressione politica a livello globale per ridurre le emissioni, oltre alla considerazione che oggi i tassi di rendimento dei progetti legati al petrolio sono in linea con quelli del solare e dell’eolico, diventa evidente una progressiva perdita di attrattiva del settore, con conseguente aumento del costo del denaro per l’industria petrolifera.

Parliamoci chiaro, l’oil & gas non è morto e l’industria ha ancora una funzione eccezionalmente importante a sostegno delle economie nazionali e della nostra vita di tutti i giorni. Ma, proprio considerato il peso del settore nell’attuale fase di transizione energetica, il rischio reputazionale è talmente alto che può diventare un game changer, quindi ignorarlo sarebbe un errore potenzialmente troppo costoso.

Segno che nelle sale riunioni debba crescere la consapevolezza dell’indispensabilità di una correlazione diretta fra i compensi dei dirigenti e i risultati della società in termini assoluti, nel contesto del rischio di sostenibilità del business a medio e lungo termine e dell’impatto dell’attività dell’azienda su tutti gli stakeholders.

Bisogna fare attenzione a pesi e misure…

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