Sostenibilità, oggi

EU Green Deal, Tassonomia, SFDR, CSRD, ESRS… tutti elementi fondamentali nella trasformazione dell’economia e della società nelle loro versioni migliori, sostenibili. Il settore ESG sta crescendo, maturando e sta distillando conoscenza, esperienza e performance. Le linee guida di sviluppo dei modelli di business sostenibili sono costantemente riviste, in virtù dei cambiamenti nel pensiero strategico sulla sostenibilità, sia dei regolatori che degli investitori. Proviamo a rivederne qualcuno.

Greenwashing – dopo una prima fase di occhi grandi quando uno diceva che ha un prodotto sostenibile, il mercato – compatibilmente con la penetrazione dei concetti e la loro diffusione capillare anche fra chi non è “addetto ai lavori” – vuol vedere cosa c’è davvero dietro queste affermazioni. Complici varie campagne di indagini e i conseguenti scandali, anche internazionali, l’aumento della disponibilità di strumenti e prodotti finanziari con l’etichetta ESG (troppo sostenuto perché sia integralmente veritiero), la stretta regolamentare sugli ECO label e la transizione verde, gli investitori chiedono informazioni specifiche, risultati concreti su KPI chiari e si aspettano che le aziende abbiano un disegno complessivo di integrazione della sostenibilità nei loro modelli di business.

L’indirizzo e le linee guida di ESMA, più volte iterate, che mira ad arrivare all’integrazione delle informazioni ESG e degli assessment di sostenibilità nelle analisi finanziarie, una integrazione fatta di concetti limpidi e regole d’ingaggio che da una parte riconducano gli aspetti ESG, anche quelli puramente qualitativi, ad un ambito quantitativo in chiave rischio-opportunità e dall’altra supportino gli investitori fornendo loro la base di comparabilità caratteristica delle analisi finanziarie.

L’aspetto formativo di cui si deve far carico la finanza sostenibile nei confronti delle aziende, in base all’incontestabile consenso sulla rilevanza delle questioni ESG per la resilienza e la competitività delle aziende. Al di là della necessità di un esame più accurato delle informazioni ESG che vengono rapportate e comunicate dalle aziende, chi si concentra solo sulla rendicontazione sta perdendo di vista l’essenziale. È necessario un lavoro educativo e formativo per mostrare e dimostrare come l’integrazione della sostenibilità nella strategia aziendale può creare un vantaggio competitivo, guidando l’efficienza operativa, l’innovazione, il coinvolgimento dei dipendenti, la resilienza della catena di approvvigionamento, migliori capacità di mitigazione dei rischi e altri vantaggi aziendali strategici.

Il vantaggio competitivo dato dalla sostenibilità deriva da una buona strategia, cultura, KPI ed esecuzione. Le metriche di reporting sono l’ultimo passaggio, non il primo.

È già qualche tempo che raccontiamo alle aziende che la sostenibilità costa, ma che non è un costo. Diciamo loro che è un investimento. Pertanto, come in qualsiasi investimento (e questo l’azienda lo sa!) va tracciato il return on investment. Quale miglior incentivo perché l’organo di governo dell’azienda inizi seriamente a pensare in maniera integrata e strategica ad approcciare le questioni ESG rilevanti per il proprio business?

Non si butta via nulla: si parte sempre dal coinvolgimento degli stakeholders e dall’analisi di (doppia) materialità: finanziaria e di impatto.

Con la matrice di materialità in mano, le successive analisi – PESTLE (Politica, Economica, Sociale, Tecnologica, Legale e Ambientale) orientata alla sostenibilità e quindi SWOT (Forze, Debolezze, Opportunità, Minacce) indirizzeranno l’azienda alla comprensione del proprio posizionamento per la gestione / mitigazione dei rischi e per meglio sfruttare le potenziali opportunità.

Ragionando, aggregando, distillando, prende forma una coerente strategia e pianificazione aziendale con conseguente definizione degli obiettivi e gli indicatori chiave (KPI).

La sostenibilità è trasformazionale. Pertanto, per coerenza gestionale, la cultura, la governance e gli incentivi devono essere allineati. Ergo i KPI ESG a livello di organizzazione saranno approvati dall’organo di governo, adottati e supportati dalla leadership esecutiva e integrati nella programmazione operativa e nella struttura delle retribuzioni. Ad oggi, le metriche ESG utilizzate nel processo decisionale misurano principalmente input e attività (ovvero politiche, sistemi di gestione, informativa, investimenti) piuttosto che output e impatti sugli economics e sugli stakeholders.

E qui arriva il bello: le aziende devono poter tracciare i ritorni finanziari, intangibili (ad es. mitigazione del rischio, coinvolgimento dei dipendenti) e tangibili (ad es. efficienza operativa, vendite) associati alla loro strategia di sostenibilità integrata. Come? Facendo parlare i temi, i sottotemi, gli indicatori, le metriche e gli obiettivi di sostenibilità con il cash flow e la situazione patrimoniale.

Salutiamo con soddisfazione le iniziative di creazione di simili piattaforme e framework, come l’Impact-Weighted Accounts Project oppure il Return on Sustainability Investment Framework, che hanno come obiettivo proprio la creazione di una illuminante chiave di lettura delle informazioni ESG utili sia per le aziende che per gli investitori / asset managers e le aziende di rating.

Fonti: hbs.edu; stern.nyu.edu

Finanza sostenibile per filiere sostenibili

La sostenibilità di filiera sta diventando – nell’ambito dei criteri di investimento al servizio della finanza sostenibile – un importante strumento a disposizione delle istituzioni finanziarie. Un supporto concreto che aiuta le aziende che compongono le filiere produttive a mettere la sostenibilità al centro della loro strategia di business, di crescita e sviluppo. 

In linea con gli impegni ESG di Citigroup, il programma SSCF (Sustainability-linked Supply Chain Finance)  nasce per accelerare la transizione verso un’economia globale a basse emissioni di carbonio, nell’ambito della sua articolata strategia per il progresso sostenibile – che include il suo obiettivo globale di finanziamento ambientale di 500 miliardi di dollari e un obiettivo di finanza sociale di 500 miliardi di dollari per un totale di trilione di dollari di finanziamenti sostenibili entro il 2030.

Recentemente lanciato con Henkel (nota azienda chimica tedesca) nell’area Asia Pacific (Australia), il programma estende ora verso il Middle East North Africa (con i fornitori Henkel in Algeria) e mira a supportare i clienti della banca nel portare avanti le loro priorità ESG, migliorare la resilienza delle loro catene di approvvigionamento e aiutare a gestire le esigenze di capitale circolante sulla filiera.

Come funziona?

Citi fornisce un finanziamento-ponte, a valere dalla data di ritiro di beni/prestazioni di servizi specifici dai fornitori fino alla data in cui il pagamento a tali fornitori è dovuto (da parte del cliente della banca).

Il costo di questo finanziamento (che di fatto anticipa il pagamento dei beni/servizi forniti) è a carico dei fornitori ad un tasso inferiore al loro normale costo di finanziamento. Ne beneficiano direttamente i fornitori, traendo vantaggio dall’accelerazione del flusso di cassa a costi inferiori e indirettamente il capo-filiera perché il suo business poggia su aziende finanziariamente più attrezzate.

Possono accedere al programma i fornitori esistenti o nuovi che dimostrano prestazioni di sostenibilità solide o in miglioramento; i tassi del finanziamento-ponte decrescono man mano che migliora il punteggio di sostenibilità del fornitore. Il cliente della banca, con il supporto di soggetto qualificato nelle valutazioni di sostenibilità, valuta periodicamente le prestazioni di sostenibilità dei suoi fornitori.

Il programma sarà ampliato per includere ulteriori mercati e fornitori nei prossimi mesi e costituisce un modello che potrà essere mutuato da altre istituzioni finanziarie come soluzione innovativa per supportare la crescita di valore sostenibile delle filiere produttive.

Fonte: citigroup.com; esgtoday.com

Should I stay or should I go? Il dilemma del fund manager

I gestori patrimoniali sono sottoposti a crescenti pressioni affinché smettano di investire in società che aggravano l’emergenza climatica attraverso pesanti emissioni di carbonio. Ma gli eventi recenti suggeriscono che l’engagement da parte dei grandi investitori istituzionali batte il disinvestimento come strategia al fine del miglioramento delle prestazioni ambientali dei portafogli di investimento.

Gli hedge fund hanno realizzato profitti enormi acquistando azioni scartate di compagnie petrolifere e del gas, secondo quanto riportato dal Financial Times la scorsa settimana. Gli investitori istituzionali “sono tutti così desiderosi di sbarazzarsi delle attività petrolifere, stanno lasciando sul tavolo rendimenti fantastici”. Parola di Crispin Odey di Odey Asset Management, il cui fondo europeo ha guadagnato più del 100% quest’anno, sostenuto da investimenti tra cui la compagnia petrolifera norvegese Aker BP, le cui azioni sono aumentate di oltre un terzo.

E come si potrebbe pretendere che gli hedge funds si astengano dal far soldi in questo modo, considerato che la ricerca del profitto è il primo se non unico driver del loro DNA…
I gestori di hedge fund che acquistano questi titoli sostengono che gli investimenti in aree come la produzione di petrolio e gas sono ancora estremamente necessari, come evidenziato dalle recenti evoluzioni nel mercato dell’energia. I prezzi del petrolio hanno raggiunto il loro livello più alto da almeno tre anni a questa parte, mentre i prezzi del gas nel Regno Unito sono più che quadruplicati.

Ne consegue che lasciare grossi profitti sul tavolo per gli investitori meno orientati all’ESG non è una strategia vincente. Privando le società energetiche di capitali, i gestori patrimoniali potrebbero addirittura ostacolare la loro capacità di finanziare la tanto desiderata transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Infatti, le aziende spesso usano i loro ricavi da petrolio e gas per finanziare una transizione verso un’energia più pulita, e il disinvestimento da parte dei grandi investitori danneggia questo processo.

Disinvestire in nome del cambiamento climatico diventa molto più complicato che disinvestire dalle cosiddette sin stocks come le aziende produttrici di tabacco o i produttori di armi.

Il dibattito sull’investimento responsabile a scapito dei rendimenti è continua a infuriare tra gli investitori azionari e diversi studi accademici che sostengono una o l’altra parte dicono di più sulla difficoltà di reperire i dati che della controversia sottostante.

Nel mercato obbligazionario, gli investitori sono maggiormente disposti a sacrificare i rendimenti per vedere il loro capitale destinato a usi più rispettosi dell’ambiente. La Germania, ad esempio, ha in essere due emissioni di titoli di stato identiche in tutto e per tutto, tranne per il fatto che il capitale raccolto da una di esse è destinato a finanziare progetti sostenibili sotto il profilo ambientale

Quando la versione verde del bund è stata messa in vendita nel settembre 2020, il suo peer non verde era disponibile con un rendimento superiore di 1 punto base. Da allora, il premio ha continuato a crescere poiché gli investitori preferiscono l’alternativa chartreuse. Gli obbligazionisti stanno attualmente rinunciando a circa 6 punti base per avere la sicurezza che i loro investimenti contribuiscono a preservare il pianeta.

Un altro fattore importante che va considerato nel cercare di comprendere il delicato equilibrio del mercato è il gap fra domanda e offerta di strumenti finanziari green che si sostanzia in una ulteriore ragione per cui i green bonds vanno a ruba. La prospettiva di collocare le emissioni green con il cosiddetto greenium ha visto esplodere il mercato delle obbligazioni verdi, con vendite mondiali di circa 400 miliardi di dollari quest’anno. Il collocamento del primo green bond della Commissione Europea (l’emissione “verde” per finanziare gli interventi di Next generation Eu, quindi i Piani di ripresa e resilienza dei Paesi membri) è durato meno di un’ora. La domanda da parte degli investitori istituzionali ha superato di slancio quota 135 miliardi, a fronte dei 12 miliardi che il sindacato di banche aveva il mandato di collocare

Nel mercato azionario, il successo di Engine No. 1 all’inizio di quest’anno illustra il vantaggio dell’impegno degli azionisti. La piccola società di gestione di fondi ha ottenuto tre amministratori dissidenti nominati nel consiglio di amministrazione della Exxon Mobil Corp. per costringere la società energetica a frenare le sue attività dannose per il clima.

Calpers, il fondo pensione dei dipendenti pubblici della California, ha sostenuto l’iniziativa insieme ad altri grandi fondi tra cui BlackRock Inc. votando in forza delle proprie azioni a favore della risoluzione. “La nostra prossima area di responsabilità e potenziale per guidare il cambiamento sono i consigli di amministrazione competenti con le competenze necessarie”,afferma Anne Simpson, responsabile governance e sostenibilità del fondo. “Dobbiamo davvero concentrarci sul consiglio di amministrazione”.

Confidiamo che i grandi investitori istituzionali prendano sempre di più la strada dell’engagement attivo e del lobbying trasparente allo scopo di influenzare le strategie di sviluppo dei maggiori gruppi che operano nei settori dei combustibili fossili.

 Confidiamo anche nell’attenzione del Regolatore e nella sua capacità di guidare il processo di transizione anche attraverso misure concrete e concertate di politica economica che rendano meno appetibili gli investimenti in attività non sostenibili, mentre accelerano con appropriate leve la transizione verso le energie rinnovabili

Fonti: Financial Times, Bloomberg

NET-ZERO

Il mondo ha bisogno di ridurre le emissioni ora, molto prima del 2050, per evitare di superare 1,5 gradi di riscaldamento globale. E poiché alcune industrie possono muoversi più velocemente di altre, sono necessari obiettivi più aggressivi da parte di chi può, per garantire che la società nel suo insieme possa raggiungere il target. Molte aziende hanno già mancato i principali obiettivi ambientali prefissati per il 2020 e la reazione del pubblico, della società, degli investitori è stata tutto sommata modesta.

Il numero delle aziende che hanno fissato obiettivi climatici net-zero (il che significa che ridurranno le loro emissioni di CO2 il più possibile, e quelle che ancora emetteranno saranno compensate da progetti che catturano il carbonio), è più che triplicato nell’ultimo anno. Nestlé, la più grande azienda alimentare del mondo, prevede di raggiungere il c.d net-zero entro il 2050. Unilever, un altro gigante dei prodotti di consumo con centinaia di marchi, prevede di arrivarci entro il 2039. Anche le compagnie petrolifere come BP ora dicono di puntare nella stessa direzione. Altri, tra cui Amazon e Microsoft, prevedono di raggiungere l’obiettivo molto prima.

Alcuni obiettivi e piani aziendali sembrano più credibili di altri, quindi cosa rende gli obiettivi net-zero veramente ambiziosi e quando invece sono soltanto l’ultima versione del greenwashing?

Per le aziende che possono raggiungere il net-zero prima del 2050, ha senso agire molto più rapidamente. L’energia solare ed eolica, ad esempio, è già così conveniente che le aziende elettriche potrebbero mirare a immediati tagli importanti nella produzione a base di combustibile fossile. La tecnologia necessaria per fare davvero un coraggioso taglio netto c’è già, e consentirebbe anche ad altri settori come le costruzioni e i trasporti di utilizzare energia pulita per le loro attività, notoriamente inquinanti.

La sfida più grande per le imprese è come ridurre drasticamente le emissioni. Un primo passo, in genere, è il passaggio all’energia rinnovabile, ma anche questo può essere fatto in modi diversi, alcuni più efficaci di altri. Google, ad esempio, è stata una delle prime aziende acquirenti di energia rinnovabile, ma poi è andata ben oltre, finanziando la costruzione di nuovi progetti eolici e solari per contribuire effettivamente a ridurre le emissioni complessive.

Microsoft prevede di diventare “carbon-negative” (un passo oltre il net-zero, il che significa che rimuove/cattura dall’atmosfera più carbonio di quanto emette) entro il 2030. L’azienda sta lavorando per eliminare virtualmente tutte le emissioni che sono sotto il suo diretto controllo; sta passando al 100% di energia rinnovabile, compresi i generatori di tamponamento nei suoi data center (che attualmente funzionano a diesel), e sta passando a veicoli elettrici per la sua flotta aziendale. Per i prodotti responsabili di altre emissioni che non può controllare direttamente, inclusa l’elettricità utilizzata nelle abitazioni dei propri clienti, Microsoft procederà anche ad azioni di compensazione delle emissioni di carbonio.

Quando le aziende non sono in grado di eliminare alcune emissioni, si avvalgono di azioni di rimozione del carbonio, sostenendo progetti come il rimboschimento o la cattura del metano nelle discariche o ancora ambiziosi tentativi di tecnologizzazione dell’agricoltura al fine di catturare più carbonio nel suolo. Ma fissare generici obiettivi di net-zero senza apportare modifiche sostanziali alle operazioni ordinarie e optando per la sola compensazione dell’impronta di carbonio somiglia di più al greenwashing che ad un serio impegno.

I programmi di piantumazione degli alberi, ad esempio, sono difficili da tracciare, per non parlare dei continui disboscamenti o degli incendi boschivi. Ma sono economici, pertanto potrebbe essere più facile pagare per continuare a inquinare.

Ci sono anche grandi aziende virtuose. L’americana United Airlines ha recentemente annunciato che avrebbe ridotto le proprie emissioni di gas serra del 100% entro il 2050, investendo in progetti di ricerca mirati alla realizzazione di tecnologie di cattura diretta del CO2 dell’aria.

Quando le aziende stabiliscono gli obiettivi in ​​materia di emissioni, non usano sempre la stessa terminologia. Alcuni, come Microsoft, parlano di diventare “carbon negative”. Altri usano termini come “emissioni climatiche positive” o “emissioni nette negative” per indicare la stessa cosa: rimuovere più CO2 dall’atmosfera di quanta l’azienda ne emette. Alcuni dicono di puntare al net-zero, mentre altri usano l’espressione “a emissioni zero” per indicare che le eventuali emissioni dall’attività saranno compensate da progetti che catturano il carbonio, come la piantumazione di alberi. Altri si prefiggono l’obiettivo di diventare “climaticamente neutri”, riferendosi a tutti i gas serra, non solo all’anidride carbonica.

Il mix può creare confusione ma la sfida ancora più grande sono le differenze nel modo in cui le aziende misurano la propria impronta ambientale. Quando dicono di puntare al net-zero, molte parlano solo delle emissioni che provengono direttamente dalle proprie operazioni. Alcune compagnie petrolifere, ad esempio, hanno l’obiettivo di arrivare al net-zero nei pozzi di petrolio e gas, ma non includono le emissioni dei clienti che bruciano effettivamente il carburante. Altre aziende invece stanno fissando obiettivi più ambiziosi, come Apple, che prevede di raggiungere il net-zero lungo l’intera catena di fornitura entro il 2030, includendo quindi le emissioni c.d. Scope 3 (connesse all’attività dell’azienda ma non controllate dall’impresa – es. e emissioni relative alla mobilità dei dipendenti, alla catena di fornitura, all’utilizzo dei beni prodotti, ecc.)

Oramai il cambiamento climatico e i rischi derivanti hanno davvero permeato tutti gli aspetti della civiltà materiale della nostra società. L’argomento è sulla bocca di tutti. E quando si parla, discernere il valore di quanto si afferma è l’unica chiave di lettura in grado di aiutarci a fare i necessari salti di qualità.

La “E” di ESG (due punto zero)

La biodiversità è stata definita dalla Convenzione sulla diversità biologica (CBD) come la variabilità di tutti gli organismi viventi inclusi negli ecosistemi acquatici, terrestri e marini e nei complessi ecologici di cui essi sono parte. Le interazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente fisico danno luogo a relazioni funzionali che caratterizzano i diversi ecosistemi garantendo la loro resilienza, il loro mantenimento in un buono stato di conservazione e la fornitura dei cosiddetti servizi ecosistemici.. Praticamente tutto ciò che di naturale ci circonda. Noi esseri umani ci affidiamo al mondo naturale per il cibo, per non parlare dei materiali per l’edilizia o la medicina, così come per la protezione dalle condizioni meteorologiche estreme. Eppure, attraverso la deforestazione, l’estrazione e lo sfruttamento di risorse, l’agricoltura intensiva, l’inquinamento e il cambiamento climatico riusciamo allo stesso tempo a causare danni significativi distruggendo l’equilibrio e la ricchezza della natura.

Il mondo naturale è in crisi: a livello globale le popolazioni di animali selvatici sono diminuite in media di circa due terzi negli ultimi 50 anni, si pensa che fino a 1 milione di specie rischino l’estinzione e molti degli ecosistemi della terra sono gravemente danneggiati. La distruzione della biodiversità del pianeta, il risultato dell’attività umana – dalla deforestazione all’inquinamento – non preoccupa solo gli ambientalisti e gli amanti della fauna selvatica. Considerati gli enormi rischi economici, i temi della biodiversità catturano da parte della finanza sostenibile lo stesso tipo di attenzione che abbiamo visto negli ultimi anni intorno al cambiamento climatico. Per dirla con le parole dei gestori dei fondi, si configura uno sforzo di “integrare il capitale naturale come asset class“.

Secondo il World Economic Forum, più della metà del prodotto interno lordo totale del mondo, o 44 mila miliardi di dollari, comporta attività che dipendono in misura moderata o elevata dalla natura. Circa il 50% dei farmaci è sviluppato da prodotti naturali, con circa 50.000-70.000 specie di piante raccolte per i medicinali, mentre la produzione alimentare dipende da suoli sani e impollinazione e deve affrontare le sfide di parassiti, agenti patogeni e cambiamenti climatici.

Il declino della biodiversità è innanzitutto un rischio da gestire. A prima vista il crollo degli stock ittici o il rapido declino delle popolazioni di api possono sembrare preoccupazioni lontane dal mondo finanziario di New York o Londra, ma ad uno sguardo più attento ci accorgiamo della reale esposizione degli asset finanziari al declino della biodiversità. Secondo il Programma ambientale delle Nazioni Unite, la significativa alterazione degli ecosistemi potrebbe portare ad inadempienze contrattuali delle imprese, quindi rendimenti inferiori e crescenti responsabilità assicurative, maggiori costi di capitale e perdita di opportunità di investimento a causa di catastrofi ambientali. Avete presente il battito di ali di una farfalla che può provocare un uragano?

Cosa hanno fatto finora gli investitori? In realtà molto poco. Mentre la consapevolezza della finanza rispetto ai rischi posti dal cambiamento climatico è aumentata notevolmente negli ultimi cinque anni, WWF segnala che i rischi finanziari legati alla biodiversità sono stati “completamente ignorati”, mentre gli aderenti ai Principles for Responsible Investment (PRI), affermano che gli investitori hanno una “consapevolezza limitata” dell’argomento e pochi impegni o politiche per affrontarlo.

Sempre secondo PRI, ora esiste un numero limitato ma crescente di fondi che iniziano a porsi obiettivi specifici sulla biodiversità. Axa Investment Managers ha lanciato lo scorso anno un Impact Fund da 200 milioni di euro per investire in progetti che proteggono gli habitat naturali, mentre HSBC Global Asset Management Ltd. ha dichiarato a settembre che sta collaborando con una società di consulenza specializzata in materie ambientali per creare una nuova società di investimento con focus sulle tematiche della biodiversità. Ancora, un gruppo di 26 asset manager, assicuratori e banche ha lanciato recentemente il Finance for Biodiversity Pledge, con l’impegno a “proteggere e ripristinare la biodiversità attraverso le loro attività finanziarie e di investimenti”.

Come per gran parte delle metriche sulla sostenibilità, i dati, le misurazioni, gli standard sono le sfide più impegnative. E se oggi gli investitori hanno la possibilità di misurare l’impatto climatico dei loro portafogli attraverso, ad esempio, l’impronta di carbonio, strumenti simili per catturare gli impatti sulla biodiversità non ci sono ancora.

Nel 2014, l’istituto di credito olandese ASN Bank è stata la prima banca a livello globale a misurare l’impronta della biodiversità sull’intero spettro del suo portafoglio: ha calcolato che l’impatto dei suoi prestiti e investimenti era equivalente ad un’area delle dimensioni di Tokyo, (7.000 km quadrati) completamente priva di biodiversità. Gli economisti hanno calcolato il valore della produzione globale di colture a rischio a causa del calo delle popolazioni di impollinatori come api e farfalle (fino a 577 miliardi di dollari all’anno) e il costo potenziale dei danni provocati dalle inondazioni dovute a tempeste senza barriere coralline funzionanti (272 miliardi di dollari). Ma la complessità dell’argomento fa sì che la misurazione dell’impatto sulla biodiversità o dell’esposizione di una singola azienda rispetto ai rischi sia incredibilmente difficile.

Tuttavia, l’interesse per gli indicatori quantitativi della biodiversità sta crescendo rapidamente tra i regolatori e gli investitori. All’inizio di quest’anno, quattro gestori di fondi francesi – Axa Investment Managers, BNP Paribas Asset Management, Mirova e Sycomore Asset Management – hanno lanciato un’iniziativa per sviluppare strumenti per misurare l’impatto degli investimenti sulla biodiversità, mentre un gruppo di istituzioni finanziarie olandesi guidate da ASN Bank ha istituito il Partenariato Biodiversity Accounting Financials per misurare l’impatto positivo degli investimenti sulla biodiversità.

È di luglio 2020 l’annuncio dell’iniziativa delle Nazioni Unite “Taskforce on Nature-related Financial Disclosure” (TNFD) con un programma di lavoro biennale al fine di rispondere alle esigenze delle istituzioni finanziarie su reporting, metriche e dati per meglio comprendere i rischi, le dipendenze e gli impatti sulla natura.

La 15a Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità rappresenta un momento fondamentale per fisare obiettivi ambiziosi a sostegno della biodiversità. Si pensa ad un impegno a raggiungere uno stato di “zero perdita netta di biodiversità” entro il 2030 – un obiettivo altamente ambizioso – con un invito a tutti gli attori della società, comprese le imprese e le istituzioni finanziarie, a contribuire attraverso le loro interazioni con la natura.

E come l’accordo di Parigi del 2015 ha galvanizzato l’interesse della finanza per il cambiamento climatico, l’aspettativa è che il 2021 farà lo stesso per la biodiversità.

Fonti: cbd.int; unpri.org; tnfd.info; bloombergbusiness.com

Eppur si muove…

Parlando di corporate governance, negli ultimi 20 anni, le aziende hanno attraversato profondi cambiamenti sociali e tecnologici, adottando nuovi strumenti, adattandosi alle nuove normative e cercando di creare una cultura in cui tutti possano riconoscersi ed evolversi.

In questo contesto si inquadrano gli sforzi di costituire consigli di amministrazione più diversificati e più inclusivi. Inizialmente magari spuntando le caselle sesso, età ed etnia e successivamente cercando persone che abbiano un aspetto diverso. Fra i risultati – più facili da vedere per le società quotate, ancor di più se europee – una presenza femminile sempre più marcata (un terzo dei posti nei CdA delle società del FTSE 100 è oggi occupato da donne). Ma è davvero sufficiente per un miglior funzionamento organico del board? Non sarà che, attingendo alle medesime università, reti professionali e strutture di formazione, abbiamo sì dei board rinnovati, magari diversificati per sesso, età, etc., ma che continuano a rispondere ad un modello di governance superato, ovvero al servizio unicamente degli azionisti?

La diversità e l’inclusione come principi della composizione degli organi amministrativi delle nostre società non è un esercizio fine a sé stesso. È solo una modalità per favorire la rappresentazione nella governance aziendale non solo degli investitori, ma potenzialmente degli interessi di tutti gli stakeholders che vengono impattati dall’attività della società e che la impattano a loro volta. Servono esperienze, competenze e background diversi che portino diversità di pensiero, abilità e prospettive differenti, al fine di migliorare i processi decisionali e renderli compatibili con tutti gli attori in gioco, in un’ottica di sostenibilità e di creazione di valore a lungo termine.

Il tutto con la necessaria trasparenza e responsabilità. Gli stakeholders, pubblici o privati, vogliono vederci chiaro e capire se il CdA ci sta provando sul serio; chi sono effettivamente gli amministratori e cosa li rende idonei a governare; come viene declinata la responsabilità del CdA nel suo funzionamento dinamico fra decisioni, obiettivi, progressi e battute d’arresto.

Dato che la funzione del CdA cambia, si evolve, forse si potrebbe pensare di adeguare anche le modalità di strutturazione dei board. Si potrebbe, ad esempio, allargare temporaneamente il CdA per dar tempo e modo ai nuovi di imparare dai membri uscenti. Oppure gestire la cessazione dalla carica non tanto in funzione del numero di anni, quanto piuttosto valutando l’utilità delle specifiche competenze per elaborare e impostare una strategia sostenibile per l’azienda, e per garantire una supervisione (pro)attiva. Oppure ancora (come già succede in alcune importanti società globali di consulenza) iniziare a guardare non solo i CV ma anche le storie di vita dei potenziali amministratori, superando l’ottica per cui sono cooptati solo se provenienti da business schools di spicco. Può sembrare ardito ma il senior management e i vari comitati di supervisione di McKinsey includono oggi ex chirurghi, scienziati e tecnologi, persone con esperienze di vita diverse, comprese quelle che provengono da contesti meno privilegiati rispetto alle reclute precedenti.

Tale adeguamento dimostra il suo valore soprattutto in tempi di cambiamento. E quale cambiamento più sconvolgente della pandemia di Covid-19, che ha rovesciato la prospettiva per molte organizzazioni!  Anche se non si può sapere, ad oggi, da dove verrà la prossima scossa, sarà la diversità di esperienze, abilità, reti e pensiero che favorirà l’adattamento dell’azienda a nuove condizioni di funzionamento. Prendiamolo come un invito a uscire dalla pigrizia mentale che ci induce a pensare che il mondo continuerà sempre a restare quello che conosciamo.

Fonte: Financial Times

Il fattore S

Se negli ultimi anni l’attenzione dei grandi e piccoli gestori patrimoniali si è focalizzata nelle analisi dei fattori ESG sulle questioni ambientali, appare evidente come l’epidemia di Covid-19 ha spostato l’attenzione degli investitori sulla S del trittico ESG, ovvero sugli aspetti sociali che riguardano un’ampia varietà di tematiche, tra le quali tutela dei consumatori, sicurezza del prodotto, diritto del lavoro e sicurezza sul luogo di lavoro, diversità, lotta alla corruzione e rispetto per i diritti umani lungo tutta la catena di approvvigionamento, nonché i rapporti con la comunità civile.

Nonostante i fattori sociali abbiano un impatto materiale diretto sulle performance degli investimenti, – poiché l’apporto del capitale umano al successo di un’impresa abbraccia trasversalmente tutti gli ambiti e i settori di attività – dopo l’accordo di Parigi del 2015 sono state le preoccupazioni ambientali e i cambiamenti climatici ad occupare maggiormente le agende dei grandi investitori, assieme alle questioni di corporate governance.

La scarsa attenzione riservata finora dagli investitori agli standard sociali delle imprese si evince anche dal fatto che non siano state ancora adottate modalità di reporting uniformi sulle questioni sociali. Solo poche aziende dispongono infatti di un sistema di rendicontazione per presentare agli investitori i dati relativi alle tematiche sociali. In confronto, il grande interesse per le questioni ambientali ha portato gli emittenti di titoli a sviluppare sistemi e metodi di reporting su aspetti quali le emissioni di carbonio, le riserve di combustibili fossili e l’utilizzo dell’energia pulita.

Ora pare proprio che la “S” stia venendo alla ribalta, emancipandosi dalla categoria di “debole collegamento” fra gli aspetti ambientali e quelli di governance.

La crisi indotta dal Covid-19 fa sì che molte aziende stiano in questo periodo lottando per la sopravvivenza e pertanto, sarà inevitabile voler ridurre all’osso i costi. Ma ci sono già diversi “Altolà!” da parte dei grandi investitori: le società dovranno calibrare con molta attenzione i tagli dei posti di lavoro e assicurare che non siano i dipendenti a sostenere l’onere di questa fase, soprattutto nelle realtà che beneficiano di interventi di sostegno da parte dei governi o dove i dirigenti continuano a godere di alte remunerazioni.

Ciò ha significato che alcune aziende sono state in grado di nascondersi dietro dichiarazioni pubbliche positive su come valorizzano i propri dipendenti, fornitori e comunità. Ma tali dichiarazioni vengono ora messe alla prova poiché le aziende sono costrette a reagire ad una situazione senza precedenti, che metterà in luce il loro ordine di priorità e la loro reale adesione al nuovo modello di responsabilità di impresa e su cui dovranno rendere conto agli investitori e alle comunità, ben oltre le quattro righe di prassi nella relazione annuale di bilancio.

L’epidemia ha inoltre spostato l’attenzione sulle industrie che negli ultimi anni sono sfuggite in larga misura all’attenzione sulle questioni ESG. L’industria petrolifera, il gas, i minatori, i servizi pubblici e le case automobilistiche sono stati sottoposti a un attento esame a causa del loro ruolo nel riscaldamento globale, ma la pandemia del coronavirus sposta i riflettori sul settore dei servizi, sulla finanza, il commercio e altri settori in cui questioni come i diritti, la salute e la sicurezza dei lavoratori nonché il lavoro flessibile sono rilevanti.

A marzo 2020, oltre 280 investitori globali, con un patrimonio gestito di circa 8 mila miliardi di euro, hanno invitato le aziende a proteggere la loro forza lavoro e le loro comunità durante la crisi, attraverso interventi tra cui l’offerta di congedi retribuiti, l’adozione di ulteriori misure di salute e sicurezza e il mantenimento dei rapporti equi con i fornitori. Il successo a lungo termine delle aziende dipende dal successo a lungo termine dei dipendenti e questo invito all’azione non è solo la cosa giusta da fare, ma la cosa intelligente da fare, poiché le società in linea con determinati standard sociali sono in grado di operare con maggiore stabilità.

L’importanza dei criteri sociali per la gestione del rischio è stata dimostrata da uno studio condotto dal professor Alfonso Del Giudice dell’Università Cattolica di Milano su 1000 società di 18 Paesi in un arco temporale di 14 anni (2002-2016). L’analisi ha rivelato che elevati standard sociali possono ridurre il rischio sistematico d’impresa. Nella teoria del portafoglio, il rischio sistematico indica la parte di rischio, alla quale sono esposte tutte le imprese, che non può essere ridotta attraverso la diversificazione. Del Giudice non ha potuto dimostrare lo stesso effetto per i fattori “E” e “G” (https://deutschewealth.com/content/dam/deutschewealth/cio-perspectives/cio-special-assets/s-in-esg/CIO%20Special%20-%20The%20S%20in%20ESG.pdf)

In base ai risultati dello studio, le società con elevati standard sociali sembrano reagire con più vigore a condizioni quali l’inflazione o il rallentamento dell’economia. Questo significa che la “S” potrebbe aiutare gli investitori a costruire un portafoglio in grado di rispondere con minore volatilità alle oscillazioni del mercato.

Chi l’avrebbe mai detto?

I cigni neri e i rinoceronti grigi

Il termine “rinoceronte grigio” è stato coniato dalla stratega Michele Wucker dopo la crisi finanziaria greca del 2012 e si riferisce ad un evento a cui è associata un’alta probabilità ma di cui si trascuranoi segnali di pericolo. Infatti, Wucker sostiene che “a fronte di quanto si conosca attualmente circa le pandemie e la loro ricorrenza, il loro scoppio risulta sempre più probabile e il loro impatto sempre più devastante”. A supporto di questa interpretazione è intervenuto lo stesso Nassim Taleb, autore del libro “Il cigno nero”, che ha chiarito che il coronavirus non è un cigno nero nel senso stretto del termine, poiché manca di una connotazione essenziale, ovvero della imprevedibilità.

Capire quale tipo di rischio stai affrontando – come individuo, paese, azienda o mondo – è essenziale per assicurarti di essere preparato prima, durante e dopo un momento di crisi. Scambiare un rinoceronte grigio per un cigno nero suggerisce che non sei affatto preparato.

Forse per un’epidemia come il coronavirus, così come il (più lento) riscaldamento globale, ci sono stati sufficienti avvertimenti per coloro che stavano prestando attenzione… I rischi raramente operano nel vuoto. Nella realtà è altamente probabile che conseguenze indesiderate rispondano a un rischio iniziale.

D’altra parte, i rinoceronti grigi sono davanti a noi, mentre i cigni neri appaiono per definizione solo all’improvviso nello specchietto retrovisore.

Ma siamo disposti a vedere le cose anche quando non è ciò che vorremmo? Mentre siamo ben attenti a ciò che vogliamo vedere, che ci piace e con cui concordiamo, ci appare difficile prestare attenzione alle cose che non ci piacciono. 

Ma ammettiamo per un momento che siamo disposti a usare la nostra abilità di correggere questi punti ciechi e proseguiamo nel ragionamento. Quanto controllo pensiamo di avere sui rinoceronti grigi nella nostra vita? Una delle ragioni per cui non agiamo è che spesso ci sentiamo troppo indifesi. 

Pensate al cambiamento climatico: può sembrare una cosa enorme, dove nessuno di noi potrebbe fare la differenza, quindi alcuni di noi vivono negandolo. Altri incolpano tutti (tranne se stessi, naturalmente). Ma abbiamo l’opportunità di cambiare il proprio atteggiamento, e non è necessario aderire a Fridays for Future per comportarsi in maniera responsabile e rispettosa verso l’ambiente.

Il coronavirus è una minaccia immediata e pare circondato da innumerevoli incertezze. Non sappiamo quante persone in una determinata area siano infette e, poiché non lo sappiamo, permangono domande sull’accurato tasso di mortalità.

Ovviamente il timore per il dilagamento del coronavirus, nel nostro mondo connesso a livello globale, genera un’attenzione urgente e decisamente maggiore, nell’immediato, rispetto ai cambiamenti climatici – rischio sistemico che si sviluppa nel corso di decenni quindi, inevitabilmente e comprensibilmente, messo ora in secondo piano.

Anche qui l’incertezza persiste, però gli scienziati stanno progredendo nell’individuare ed elaborare modelli matematici adeguati. Ad esempio: la World Weather Attribution, che unisce scienziati di tutto il mondo e indaga su come la crisi climatica stia già influenzando gli eventi meteorologici estremi, ha determinato in uno studio che gli incendi boschivi in ​​Australia sono stati resi almeno il 30% più probabili a causa dei cambiamenti climatici causati dall’uomo.

Concludo segnalandovi un libro – L’equazione dei disastri, di Antonello Pasini  – che parla dei rischi che corriamo per gli impatti dei cambiamenti climatici sui territori e la popolazione. La cosa interessante è che lo fa utilizzando la stessa equazione impiegata per determinare il rischio di contrarre un virus influenzale con le sue conseguenze per la nostra salute.

Confidiamo che aver posto i due problemi in un’ottica comune, più oggettiva e paritaria, possa aiutare – magari alla fine di questa epidemia – ad agire prontamente, come si sta facendo adesso per il Coronavirus, anche per i problemi climatici e di dissesto del territorio. Per questi ultimi, tra l’altro, le nostre azioni possono influire su tutti i fattori in gioco.

Cinque per Otto

L’otto di marzo di ogni anno, oltre alle mimose e all’aria di festa, si prova a riflettere sulle più svariate declinazioni della condizione della donna nel mondo.

Buttiamo anche noi uno sguardo, cecando di cogliere qualche aspetto meno evidente, e facciamolo in un’ottica universale, non di genere, ovvero quella dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile che costituiscono l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Il quinto obiettivo recita così:

5. Realizzare l’uguaglianza di genere e migliorare le condizioni di vita delle donne

Ancora oggi vengono perseguite discriminazioni verso il genere femminile: sradicare ogni forma di violenza contro le donne nella sfera privata e pubblica, così come il loro sfruttamento sessuale, è fondamentale.

Transparency International è la più grande organizzazione a livello globale che si occupa di prevenire e contrastare la corruzione. Fondata nel 1993, con sede a Berlino, è diffusa in oltre 100 Paesi del mondo. La sua missione è dare voce alle vittime e ai testimoni di corruzione e collabora con Governi, aziende e con i cittadini per mettere un freno alla piaga della corruzione.

Oltre alla trasparenza nelle politiche e nei processi di corporate governance, oltre alla regolamentazione del lobbying e dei conflitti di interesse, piuttosto che al tema degli appalti pubblici vi sono forme nuove, sempre più difficili da identificare e contrastare efficacemente. Fra queste la sextorsion ovvero l’abuso di potere da parte di pubblici ufficiali e funzionari per ottenere benefici sessuali è una delle forme più silenziose di corruzione del mondo che colpisce le donne a livello globale. Purtroppo, la scarsa consapevolezza del problema significa che il più delle volte non viene individuata e resta impunita.

La ricerca di Transparency International non solo denuncia la sextorsion ma evidenzia anche l’urgente necessità di rimuovere le barriere che la rendono invisibile.

La sextorsion viene principalmente utilizzata per colpire donne e ragazze vulnerabili, afferma il rapporto, che cita incidenti in scuole, stazioni di polizia, centri di immigrazione, tribunali e campi profughi.

Gli esempi includono i bambini minacciati di voto sfavorevole a meno che non compiano atti sessuali con/per i loro insegnanti, donne d’affari costrette a prestazioni sessuali con funzionari per vincere contratti e ragazze utilizzate come pagamento di una bustarella.

Secondo il Global Corruption Barometer 2019 di Transparency International, in America Latina, Medio Oriente e Nord Africa una persona su cinque ha sperimentato o conosce qualcuno che ha sperimentato la sextorsion per poter accedere a servizi pubblici fondamentali come l’istruzione o l’assistenza sanitaria.

Ma il fenomeno rimane in gran parte nascosto, poiché le vittime non denunciano l’abuso, devastate dalla paura delle conseguenze o anche solo di essere stigmatizzate. Inoltre, nelle politiche anticorruzione – spesso incentrate solo sui trasferimenti di denaro o altri benefici materiali – non ci sono le procedure o gli indicatori che possano attirare l’attenzione su questa preoccupante realtà. Facendosi portavoce dei deboli, il rapporto di Transparency International chiede ai governi azioni mirate e lo sviluppo di leggi per garantire che la sextorsion possa essere perseguita in modo efficace, fornendo alle vittime le modalità per denunciare l’abuso.

Nella consapevolezza che questo marchi un momento evolutivo della specie umana, ben oltre la più che inflazionata emancipazione delle donne.

Buon 8 Marzo!

Il greenwashing, un male necessario?

Oltre ai suoi ormai famosi paradossi, il commediografo statunitense George Carlin usava dire “In qualsiasi cinico troverai un idealista deluso”. Proviamo per un attimo a mutuare il suo pensiero ed a metterlo in relazione con l’atteggiamento delle imprese rispetto agli argomenti della sostenibilità. È difficile non rispondere cinicamente considerata l’impressionante velocità e la quasi assenza di esitazione con cui le aziende hanno abbracciato la responsabilità ambientale.

Il termine greenwashing esiste dalla fine degli anni ’80, ma l’ultima raffica di comunicati stampa eco-compatibili ispirati a Greta Thunberg ha dato al termine una nuova e potente valenza. Scandali internazionali come quello delle emissioni diesel della Volkswagen sembrano illustrare un’ampia realtà di fondo: le aziende sono felici di sfoggiare le loro presunte credenziali ecologiche mentre cercano di prendersi un po’ gioco del sistema.

Un recente studio dell’Università di Stanford, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Psychological Science, propone un’interpretazione più costruttiva del fenomeno esaminando come le norme comportamentali si modificano nel tempo. Gli autori hanno scoperto che è molto più probabile che i soggetti adeguino il proprio comportamento quando notano un numero significativo di altri che cambiano il loro, anche quando ciò significa sacrificarsi. In altre parole, ci aggrappiamo ai nostri vecchi modi di fare le cose fino a quando sembra che ci sia abbastanza slancio dietro il nuovo modo di agire per giustificare il cambiamento.

Tutto ciò può sembrare evidente, ma i risultati dello studio possono essere applicati al concetto di greenwashing; piuttosto che l’interpretazione cinica dell’evangelismo ambientale aziendale, non dovremmo vederlo come il primo passo per modificare il panorama normativo?

Affinché le persone possano apportare cambiamenti reali, devono essere bombardate da messaggi che le convincono che (anche) gli altri stanno cambiando. Ovviamente a un certo punto questa argomentazione cade – abbiamo bisogno di azioni oltre che di parole – ma sembra che spendiamo un sacco di tempo ed energia per denunciare presunti greenwasher invece di orientare le risorse nel tentativo di affrontare il cambiamento in modo più positivo.

Per dirla in altro modo, sembrerebbe che in molti stiano andando nella giusta direzione quando si tratta di riscaldamento globale; la domanda è: quanta ortodossia chiediamo ai nostri compagni di viaggio, è meglio impiegare la carota o il bastone?

Un percorso potrebbe essere quello di promuovere un ambiente in cui le aziende possano ammettere i loro fallimenti e nel contempo di condividere i loro successi. Gli obiettivi imposti dalla crisi climatica sono impegnativi ed è ragionevole accettare che le aziende potrebbero non riuscire a raggiungere questi obiettivi dai primi tentativi.

Il reporting su tematiche ambientali dovrebbe essere considerato alla stessa stregua della rendicontazione finanziaria e dovrebbe essere soggetta allo stesso livello di monitoraggio e controllo. L’alternativa, in cui continuiamo a lanciare pietre a coloro che osano fallire, guiderà solo il conservatorismo e la recidiva, scoraggiando proprio il tipo di assunzione di rischi e innovazione di cui abbiamo bisogno per passare alla fase successiva nello sviluppo di risposte dell’economia alla crisi climatica.

L’esperienza di UN PRI (I Principi di Investimento Responsabile delle Nazioni Unite) ai quali hanno aderito circa 2000 istituzioni potrebbe risultare eloquente in questa prospettiva. Questa importantissima iniziativa dei grandi investitori, istituita per elevare gli standard ambientali, sociali e di governance nel settore della gestione patrimoniale, ha messo il 10% dei suoi firmatari in una watchlist per non aver raggiunto i propri obiettivi ESG l’anno scorso.

Da allora, è stato riferito che 88 delle 185 società notificate hanno migliorato i propri standard, mentre altri 42 lo faranno entro la fine dell’anno. Tuttavia, 50 società con oltre 1 milione di dollari di masse gestite non sono riuscite a migliorare, e molte di esse rinunceranno all’adesione alla fine del 2020.

I nomi non si conoscono, ma l’idea che alcune grosse società finanziarie non facciano dell’UN PRI il loro faro in tema di ESG dovrebbe far riflettere. I cinici potrebbero indicare questa watchlist come prova che il sistema ha fallito. Ma non è in realtà una prova del funzionamento del sistema, che indica come le bad practice non prosperano e le aspettative stanno diventando più rigorose?

È fondamentale trovare le modalità di inserire misure ambientali proattive nell’operatività quotidiana delle nostre attività. Parte di questo processo è il riconoscimento che, in questa fase ancora relativamente precoce dello sviluppo dell’economia a basse emissioni di carbonio, dobbiamo lavorare pensando che chi non è contro di noi, è con noi.

Fonte: Financial Times

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