In arrivo i VSME – voluntary reporting standard per le PMI

Nella riunione del 29 novembre u.s. l’EFRAG ha approvato le bozze degli standard di rendicontazione di sostenibilità per le PMI (Voluntary standards for non-listed SMEs o VSME) che verranno sottoposte da gennaio 2024 ad un periodo di consultazione pubblica di 4 mesi. Un documento semplificato di natura volontaria per le PMI non quotate che rispetta il principio della proporzionalità, per consentire alle imprese non obbligate alla rendicontazione di iniziare il percorso di sostenibilità e di soddisfare le richieste informative provenienti da finanziatori, investitori e clienti aziendali.

Lo standard è composto da tre moduli:

Modulo Base (Basic Module) – il più accessibile per le piccole imprese con risorse limitate e per il quale non è richiesta un’analisi di materialità. Si rendicontano gli elementi essenziali che riguardano gli obiettivi di eco-sostenibilità della tassonomia, informazioni sulla propria forza lavoro e sulla condotta aziendale (condanne e sanzioni per corruzione e concussione).

Modulo Narrativo – Politiche, Azioni e Obiettivi (Narrative Module-PAT) – raccomandato per le imprese che hanno avviato un percorso strutturato verso la sostenibilità. Richiede un’analisi di materialità per determinare quali questioni di sostenibilità siano rilevanti per l’azienda e riguarda l’integrazione nella strategia aziendale e la gestione dei temi materiali, anche con il coinvolgimento degli stakeholders.

Modulo Partner Commerciali (Business Partners Module) – rivolto alle PMI che collaborano con una rete di partner commerciali (finanziatori, investitori e clienti) che richiedono dati più specifici e approfonditi sulla sostenibilità ambientale, sociale e di governance.

Considerato che la maggioranza delle imprese europee sono PMI, di cui molte entrano nelle catene di valore delle grandi imprese, investire nella sostenibilità e nella rendicontazione non è (più) un’opzione. Le grandi imprese, nel rendicontare l’informativa di sostenibilità, dovranno considerare non soltanto il perimetro di riferimento del bilancio ma includere anche le informazioni sugli impatti materiali, sui rischi e sulle opportunità connesse all’intera catena del valore a monte (upstream) e a valle (downstream): sempre più le PMI sono valutate per lo sforzo che compiono nella strutturazione di un percorso di sostenibilità e per la capacità di comunicarlo in maniera trasparente.

Ma la rendicontazione di sostenibilità rappresenta anche una leva di crescita per le PMI, in quanto i fattori ESG giocano un ruolo sempre più rilevante nell’accesso al credito e nel rapporto tra le banche e le imprese – aspetto estremamente rilevante per le PMI italiane, l’80% delle quali intrattiene normalmente rapporti con almeno due istituti bancari.

Comunicare la sostenibilità permette anche di accrescere la reputazione aziendale, di fidelizzare clienti, di attrarre e trattenere talenti, soprattutto fra i più giovani, di diventare competitivi e resilienti nei confronti dei peers.

Ancorché il Modulo Base lo consente, prescindere dall’analisi di materialità resta un approccio poco lungimirante. Si tratta di un percorso graduale non da subire, ma da vivere come opportunità di miglioramento e di incremento del valore aziendale.

La Commissione UE adotta gli standard europei di sostenibilità ESRS

Il 31/07/2023, è stato adottato ufficialmente dalla Commissione Europea il primo set di European Sustainability Reporting Standards (#ESRS) elaborati dall’#EFRAG, che, a partire dal 1° gennaio 2024, dovranno essere progressivamente utilizzati dalle società soggette alla Corporate Sustainability Reporting Directive (#CSRD).

Trattasi di 12 #standards – 2 Cross-cutting, 5 #Environmental, 4 #Social e 1 #Governance – che coprono tutte le principali questioni ambientali, sociali, economiche e di governance delle organizzazioni, rappresentando un vero e proprio punto di svolta a livello europeo in termini di #trasparenza e comparabilità delle informazioni relative a #impatti, #rischi e #opportunità di #sostenibilità.

La Commissione ha confermato la prospettiva di allineamento degli ESRS con gli #IFRS e i #GRI Standards a garanzia di un elevato grado di interoperabilità tra standard europei e globali volto ad evitare doppie rendicontazioni da parte delle organizzazioni.

Le principali modifiche apportate alle bozze degli standard presentate dall’EFRAG riguardano:

1️⃣ l’introduzione graduale di alcuni requisiti di rendicontazione ritenuti più impegnativi per le imprese al fine di fornire loro il tempo necessario per prepararsi; 

2️⃣ la concessione di una maggiore flessibilità nel decidere quali informazioni risultano rilevanti (materiali), quindi rendicontabili, sulla base della specifica situazione dell’impresa; ad eccezione dell’ESRS 2 tutti gli altri requisiti devono essere soggetti a rilevanza;

3️⃣ la conversione da obbligatori a volontari di alcuni dei requisiti di rendicontazione considerati più costosi per le imprese (es. comunicazione del piano di transizione per la biodiversità, indicatori relativi ai lavoratori autonomi e interinali nella forza lavoro dell’impresa).

Uno dei prossimi passi riguarderà l’elaborazione di standard di rendicontazione semplificati per le #PMI secondo il principio di proporzionalità alla base della CSRD.

A che punto siamo nell’affrontare i rischi finanziari legati al cambiamento climatico?

Ce lo dice il Progress report 2023 sui miglioramenti compiuti in relazione alla Roadmap for Addressing Climate-related Financial Risks, report pubblicato il 13 luglio dal Financial Stability Board (FSB) – organismo internazionale che si occupa del monitoraggio e della formulazione delle raccomandazioni ai partecipanti del sistema finanziario globale, coordinando le autorità finanziarie nazionali e gli organismi internazionali di normazione. 

Divulgata nel luglio 2021 e approvata dal G20, la Roadmap del FSB delinea le azioni chiave che gli enti sotto il suo coordinamento, interagendo tra loro, dovrebbero intraprendere nell’arco di alcuni anni al fine di poter affrontare i #rischi finanziari legati al #cambiamentoclimatico. Queste azioni fanno riferimento a quattro “blocchi”, sulla base dei quali si struttura il documento stesso: 

  1. Disclosures – con l’obiettivo di ottenere da parte delle imprese un’informativa pubblica sui rischi finanziari aziendali legati al clima che sia coerente a livello globale, comparabile e utile per prendere delle decisioni.
  2. Data – allo scopo di definire una base di dati completi, coerenti e comparabili per il monitoraggio dei rischi finanziari legati al clima a livello internazionale.
  3. Vulnerabilities analysis – per valutare in maniera più sistematica e comprendere meglio le vulnerabilità finanziarie legate al clima e i potenziali impatti sulla stabilità finanziaria.
  4. Regulatory and supervisory practices and tools – al fine di stabilire approcci e strumenti di vigilanza e regolamentazione efficaci e, laddove utili e appropriati, coerenti per affrontare i rischi legati al clima sia all’interno dei singoli settori che a livello di sistema.

Quali sono i progressi realizzati e quali le aree che richiedono una maggiore attenzione a distanza di due anni?

Il Progress report 2023 evidenzia progressi costanti per tutti e quattro i “blocchi” considerati, attenzionando però alcuni aspetti sui quali sono attesi ulteriori importanti miglioramenti

  1. Disclosures – estremamente significativa la pubblicazione il 26 giugno 2023 da parte dell’International Sustainability Standards Board (ISSB) degli International Financial Reporting Standards (IFRS) per la rendicontazione non finanziaria – IFRS S1 (informativa generale sulla sostenibilità) e IFRS S2 (informativa relativa al clima). La pubblicazione di tutti gli standard ancora in corso di elaborazione porterà ad avere un quadro di riferimento internazionale per il reporting di sostenibilità che consentirà alle aziende di tutto il mondo di fornire un’informativa coerente. La priorità attuale è far approvare gli standard nelle diverse giurisdizioni nazionali per promuoverne un utilizzo ampio e tempestivo, garantendo un’interoperabilità tra l’ISSB e le singole giurisdizioni al fine di evitare una doppia rendicontazione da parte delle imprese. Nel prossimo periodo ci si concentrerà sullo sviluppo e la definizione di un quadro di assurance a livello globale volto a garantire l’affidabilità delle informazioni riportate all’interno dei report di sostenibilità. Sarà inoltre interessante seguire, nei prossimi mesi, come si concretizzano gli sforzi verso la convergenza dei più importanti reporting standards – GRI, IFRS, ESRS – auspicando una consistente interoperabilità, al fine di non gravare eccessivamente sulle imprese ma consentire loro di rendicontare la sostenibilità negli aspetti rilevanti (“material”) attraverso metriche e indicatori comparabili, a beneficio di tutti gli stakeholder.
  2. Data – nel biennio 2022-2023 si è lavorato per migliorare la disponibilità, la qualità e la comparabilità dei dati sul clima. I prossimi obiettivi riguardano lo sviluppo di archivi globali con un semplice accesso ai dati da parte di tutti i soggetti interessati, il maggiore potenziamento della raccolta dei dati sul clima, migliorandone accuratezza, coerenza e qualità, e lo sviluppo di metriche rilevanti e dinamiche per la misurazione dei rischi climatici.
  3. Vulnerabilities analysis – nonostante i progressi compiuti nello sviluppo di quadri concettuali e metriche per il monitoraggio delle vulnerabilità legate al cambiamento climatico, risultano necessari ulteriori passi in avanti per integrare gli scenari climatici nelle analisi dei rischi finanziari.
  4. Regulatory and supervisory practices and tools – sono state realizzate iniziative per integrare il rischio climatico nei modelli e strumenti di gestione del rischio. Il Report evidenzia anche le importanti evoluzioni negli approcci normativi e di vigilanza sui rischi legati al clima. Considerata l’importanza di una integrazione strutturale della sostenibilità ambientale nei programmi di sviluppo sia dei partecipanti al sistema finanziario che di tutto il mondo corporate, l’FSB sta istituendo un gruppo di lavoro con il compito di promuovere l’approccio sistemico ai piani di transizione ecologica nella pianificazione delle imprese finanziarie e non, al fine di un progressivo rafforzamento della resilienza e della stabilità finanziaria. 

Certificazione UNI/PdR 125:2022 per la parità di genere: quali i vantaggi per le imprese?

Per lo sviluppo di politiche di #inclusione sociale, tra cui la riduzione della disparità di genere, il PNRR (Missione 5) ha stanziato 9,81 miliardi di euro. In tale frangente, la legge n. 162/2021, con l’obiettivo di promuovere azioni volte a ridurre il gender gap nelle aziende, ha introdotto in Italia lo strumento della certificazione della parità di genere. 

Quest’ultima è ottenibile ai sensi della Prassi di Riferimento UNI/PdR 125:2022, in vigore dal 16 marzo 2022, che definisce i criteri, le prescrizioni tecniche e le tematiche per l’introduzione, strutturazione, monitoraggio e mantenimento di un sistema di gestione per la parità di genere in azienda, al fine di misurare l’efficacia delle azioni intraprese dall’organizzazione per creare un ambiente di lavoro inclusivo delle #diversità

Il nuovo Codice degli appalti, in vigore dal 1° aprile 2023 le cui disposizioni sono efficaci dal 1° luglio prevede l’attribuzione dei punteggi premiali nelle aggiudicazioni alle aziende in possesso della Certificazione della parità di genere.

Quali sono gli altri vantaggi?

I benefici della certificazione di parità di genere riguardano aspetti economici, sociali e reputazionali in grado di conferire alle organizzazioni un miglior posizionamento sul mercato: 

• sgravio contributivo fino a 50.000 euro annui; 

• punteggio premiale per la concessione di aiuti di Stato e/o finanziamenti pubblici in genere;

• miglior posizionamento in graduatoria nei bandi per l’acquisizione di servizi e forniture; 

• maggior attrattività nei confronti del personale in fase di selezione; 

• migliore immagine nei confronti dei clienti e della società in genere.

Vuoi sapere a che punto è la tua azienda in relazione all’ottenimento della certificazione sulla parità di genere secondo la UNI/PdR 125:2022? Compila il nostro breve form cliccando qui!

Sarà nostra premura contattarti al più presto per la restituzione di un primo feedback.

#sustainabledevelopment #genderequality #diversityandinclusion #corporateresponsibility

L’Italia peggiora sulla parità di genere: come possono contribuire le nostre imprese al miglioramento?

Secondo il World Economic Forum (Global Gender Gap Report 2023, 17esima edizione) dovranno passare ancora 131 anni prima di poter raggiungere complessivamente a livello globale la parità di genere, da intendere come pari partecipazione economica e opportunità, risultati scolastici, salute e sopravvivenza ed emancipazione politica. In particolare, allo stato attuale, sono ben 162 gli anni mancanti per arrivare alla parità politica e 169 per arrivare a quella economica.  

Dati ancora più agghiaccianti se si pensa alla posizione ricoperta dall’Italia. A livello nazionale ci siamo posizionati, su un totale di 146 Paesi, alla 79esima posizione, perdendo 16 posizioni in classifica rispetto al 2022. Inoltre, dato che dovrebbe maggiormente far pensare, siamo tra i Paesi con i punteggi più bassi per quanto riguarda la partecipazione economica e le pari opportunità (104esima posizione nel 2023). Nonostante il lieve miglioramento registrato rispetto al 2022 in tal senso (6 posizioni in classifica), risulta necessario che le imprese si impegnino il più possibile ad integrare i principi di gender equality e di rispetto delle diversità a livello strategico e di operations aziendali al fine di contribuire a colmare il divario di genere; solamente colmando questo divario sarà possibile garantire una crescita economica inclusiva e sostenibile nel lungo periodo. In Italia lo strumento attualmente più completo per apportare questo contributo è l’introduzione e strutturazione di un sistema di gestione certificato per la parità di genere secondo la UNI/PdR 125:2022.

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Digital Euro: La Prima Proposta di Regolamento Rivela 9 Elementi Chiave per il Futuro dei Pagamenti

All’interno del Single Currency Package, è stata recentemente pubblicata la prima proposta di regolamento riguardante il Digital Euro, aprendo la strada a una nuova era di pagamenti e transazioni finanziarie. Questa iniziativa della Banca Centrale Europea (BCE) mira a introdurre una versione digitale dell’euro che possa coesistere con la valuta tradizionale e offrire nuove opportunità agli utenti.

La proposta del Digital Euro presenta nove elementi chiave che forniscono una panoramica delle principali caratteristiche e delle potenziali implicazioni di questa moneta digitale.

Il primo elemento da sottolineare riguarda la “liability“: il digital euro sarà una responsabilità diretta della banca centrale. Ciò significa che i possessori di digital euro avranno la sicurezza che il loro denaro sia garantito direttamente dalla BCE, riducendo i rischi associati alle controparti bancarie tradizionali.

In secondo luogo, il Digital Euro avrà corso legale, il che significa che dovrà essere accettato come mezzo di pagamento in tutti i contesti in cui l’euro tradizionale è ammesso. Tuttavia, potrebbero esserci alcune eccezioni per i piccoli commercianti che potrebbero essere esentati dall’accettare il Digital Euro come forma di pagamento.

La distribuzione del Digital Euro avverrà attraverso i Payments Service Provider (PSP) e gli istituti di credito. Gli istituti di credito che offrono conti di pagamento saranno obbligati a fornire il Digital Euro ai propri clienti, mentre i PSP potranno scegliere se offrirlo o meno.

Un aspetto interessante è la compatibilità e l’interoperabilità del Digital Euro con l’EUDI Wallet. Questo portafoglio digitale potrà essere utilizzato per verificare l’identità degli utenti e gestire i pagamenti in Digital Euro. Ciò potrebbe facilitare l’adozione del Digital Euro e semplificare le transazioni per gli utenti.

Per quanto riguarda le commissioni, non sono previste tariffe per le transazioni tra consumatori, ma potrebbero essere applicate commissioni ai merchant o nelle operazioni tra i PSP. Questo potrebbe incentivare l’adozione da parte dei consumatori, poiché non ci sarebbero costi aggiuntivi per l’utilizzo del Digital Euro.

La BCE dovrà definire limiti per evitare un utilizzo eccessivo del Digital Euro come store of value. Ciò significa che il Digital Euro dovrebbe essere utilizzato principalmente come mezzo di pagamento e non come un investimento a lungo termine. Questa misura potrebbe evitare distorsioni nell’economia e garantire una gestione adeguata della valuta digitale.

Un’altra caratteristica interessante è la possibilità di utilizzare il Digital Euro offline. Questo significa che i possessori di Digital Euro potranno effettuare pagamenti anche in assenza di una connessione Internet. Questa funzionalità potrebbe essere utile in situazioni in cui la connettività è limitata o assente.

Per quanto riguarda la privacy, il Digital Euro non richiederà dati relativi alle transazioni per i pagamenti offline. Ciò potrebbe garantire un certo livello di privacy e anonimato per gli utenti che utilizzano il Digital Euro in modalità offline.

Infine, sebbene il Digital Euro non sarà una moneta programmabile, la proposta incoraggia i PSP a offrire servizi innovativi che riguardano la programmabilità dei pagamenti e la compatibilità con i nuovi paradigmi come il web3. Questo indica una volontà di adattarsi e sfruttare le nuove tecnologie emergenti per migliorare l’esperienza dei pagamenti digitali.

Considerando tutti questi elementi chiave, il Digital Euro potrebbe avere un futuro promettente. La sua status di liability di banca centrale e il corso legale dovrebbero conferire fiducia agli utenti e favorire l’adozione. Tuttavia, il successo dipenderà anche da fattori come l’efficacia dell’implementazione tecnica, la sicurezza e la facilità d’uso.

La competizione con altri strumenti, come le central bank digital currency (CBDC) di altre nazioni o le valute emesse dal settore privato, sarà un fattore determinante per il successo del Digital Euro. Tuttavia, la proposta sembra tener conto di questa sfida potenziale, aprendo alla possibilità di adattamento e innovazione per rimanere competitivi nel panorama finanziario digitale.

Resta da vedere se il Digital Euro riuscirà a imporsi come una forma di pagamento ampiamente accettata e utilizzata. Potrebbe inizialmente trovare una nicchia di utilizzo limitato, ma se le caratteristiche chiave e i vantaggi del Digital Euro saranno ampiamente riconosciuti, potrebbe guadagnare slancio nel tempo.

Certificazione UNI/PdR 125:2022: benefici e prospettive per le PMI italiane

La UNI/PdR 125:2022, con l’obiettivo di “colmare i gap attualmente esistenti nonché incorporare il nuovo paradigma relativo alla parità di genere nel DNA delle organizzazioni e produrre un cambiamento sostenibile e durevole nel tempo”, definisce i criteri, le prescrizioni tecniche e le tematiche per l’introduzione, strutturazione, monitoraggio e mantenimento di un sistema di gestione per la parità di genere in azienda, al fine di misurare l’efficacia delle azioni intraprese dall’organizzazione per creare un ambiente di lavoro inclusivo delle diversità.

La certificazione può essere richiesta da qualunque tipo di organizzazione (qualsiasi dimensione e forma giuridica; settore pubblico o privato) ad esclusione delle Partite IVA che non hanno dipendenti o addetti/e.

L’impegno che un’impresa investe per ridurre il divario di genere costituisce un forte elemento di differenziazione. I benefici della certificazione di parità di genere riguardano aspetti economici, sociali e reputazionali in grado di conferire un miglior posizionamento sul mercato: lo sgravio contributivo fino a 50.000 euro annui e il punteggio premiale per la concessione di aiuti di Stato e/o finanziamenti pubblici in genere, oltre che nei bandi per l’acquisizione di servizi e forniture si aggiungono alla maggior attrattività nei confronti del personale in fase di selezione e nei confronti dei clienti e della società in genere.

Ma qual è la situazione delle nostre PMI in merito all’inclusione e alla valorizzazione della diversità? Ce lo racconta Nomisma nella recente ricerca Diversità, Equità, Inclusione nelle PMI italiane, che ha visto coinvolto un campione di 503 tra piccole (62% del campione) e medie (38%) imprese italiane con interviste realizzate tra febbraio e marzo 2023.

La ricerca restituisce una percezione parziale, addirittura “acerba” (a detta del Sole 24 ore) da parte delle nostre aziende in merito al tema dell’inclusione e della valorizzazione delle diversità e tenta di individuare i gap da colmare per facilitare la creazione di una vera e propria cultura aziendale. La ridotta dimensione aziendale (quindi di budget) risulta il principale ostacolo all’attivazione di iniziative Diversità, Equità ed Inclusione (DEI), accompagnata da una visione arcaica dei temi e da un limitato ricorso a figure dedicate alla gestione delle politiche, procedure e processi sull’argomento. Infatti, le PMI hanno difficoltà a percepire i vantaggi nel lungo periodo collegati alle iniziative DEI, considerate secondarie o non importanti da quasi metà degli intervistati.

Il primo passo è aumentare la consapevolezza sulla centralità dei temi DEI nella strategia competitiva di ogni azienda, da inserirsi necessariamente in un percorso di cui beneficia l’intero sistema Paese.

Siamo a vostra disposizione per consolidare la visione sulla Diversità, Equità ed Inclusione all’interno della vostra realtà aziendale, per poi pianificare un percorso volto alla sua integrazione a livello strategico e operativo, alla predisposizione di un sistema di gestione per la parità di genere, fino all’ottenimento della certificazione secondo la UNI/PdR 125:2022 e successivi rinnovi.

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Luminita Naca, Certified ESG Analyst, EFPA ESG Advisor

Non c’è (Scope 1 e) 2 senza (Scope) 3

È appena calato il sipario sulla Conferenza di Bonn sui cambiamenti climatici, importante tappa prima della COP28 in programma per fine novembre. Nella conferenza stampa di giovedì scorso, il Segretario Generale ONU definisce “pietosa” la risposta del mondo di fronte al riscaldamento globale ed esorta i governi nazionali ad accelerare l’azione per il clima per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

L’affidamento su soluzioni rapide, basso impegno e poca chiarezza, porteranno alla fine del secolo alla situazione in cui il globo terrestre avrà accumulato 2,8°C in più rispetto alle temperature pre-industrializzazione: una catastrofe annunciata! Oggi emettiamo a livello mondiale circa 50 miliardi di tonnellate di CO2eq ogni anno; oltre il 40% rispetto al 1990, che contava circa 35 miliardi di tonnellate (Dato 2021, Our World in Data, CO2 and Greenhouse Gas Emissions database).

Tutti noi possiamo fare la differenza. In particolar modo le imprese, alle quali viene richiesto di muoversi sui due principali fronti attorno ai quali le politiche internazionali sul cambiamento climatico si stanno orientando, adottando un approccio olistico che consideri l’intera value chain: la contabilizzazione delle emissioni e la pianificazione di azioni consapevoli volte alla loro riduzione.

Una corretta e completa misurazione delle emissioni da parte delle organizzazioni dovrebbe considerare:

  • Scope 1: emissioni che provengono dagli asset aziendali (strutture, veicoli); sotto il diretto controllo dell’azienda.
  • Scope 2: emissioni indirette legate all’energia consumata nell’ambito delle attività aziendali (elettricità per riscaldamento, raffreddamento); influenzate dalle decisioni d’acquisto di energia.
  • Scope 3: emissioni che derivano dalla catena del valore sia a monte (catena di approvvigionamento) che a valle (distribuzione, gestione dei rifiuti, utilizzo prodotto venduto) e dagli investimenti aziendali; al di fuori dei confini dell’organizzazione.

Allo stato attuale risulta che, contrariamente a quanto accade nell’elaborazione dello statement finanziario, le organizzazioni non sono rigorose nella misurazione e comunicazione delle proprie emissioni di gas serra. Il monitoraggio e la rendicontazione si focalizzano quasi esclusivamente sulle emissioni Scope 1 e 2, tralasciando quelle Scope 3 poiché non sotto il loro diretto controllo e in ogni caso difficili da identificare e quantificare. Ma sono proprio le emissioni Scope 3 che incidono maggiormente in termini di impatti generati; oltre il 70% dell’impronta carbonica di un’azienda secondo quanto dichiarato dall’UN Global Compact.

Diventa perciò necessario che le imprese, nonostante le lacune ancora presenti a livello normativo in termini di armonizzazione delle metodologie di calcolo delle emissioni e di non obbligatorietà di inventario e divulgazione, si attivino al più presto per includere nel perimetro di analisi e monitoraggio le emissioni di gas serra provenienti da categorie significative dello Scope 3 come ad esempio: acquisti a monte, prodotti venduti a valle e loro utilizzo fino allo smaltimento, trasporti, viaggi e investimenti finanziari.

Ma la strada non è priva di ostacoli: se con Scope 1 e 2 si riescono a catturare dati sufficientemente realistici e significativi, la mancanza di dati lungo le catene di fornitura genera non poche difficoltà e responsabilità nelle misurazioni e nei reporting.

Il monitoraggio e la corretta divulgazione delle emissione Scope 3, insieme a quelle Scope 1 e Scope 2, fondamentali per scongiurare i rischi di greenwashing, rappresentano una necessità attuale per:

  • i partecipanti ai mercati finanziari al fine di allocare correttamente il capitale;
  • i regolatori e la comunità scientifica nella progettazione di politiche efficaci;
  • le imprese per poter comprendere il loro impatto effettivo sul cambiamento climatico e prendere le corrette decisioni di investimento; il tutto in ottica di raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Ciò implica per le organizzazioni un’attenta individuazione delle realtà che compongono la catena del valore, un’accurata attività di sensibilizzazione sull’importanza del monitoraggio delle emissioni e di scambio di informazioni con le medesime e lo sforzo di intraprendere azioni condivise e mirate al fine di ridurre l’impatto della propria attività sul riscaldamento globale.

Sebbene i recenti sviluppi a livello europeo che ampliano la platea di soggetti obbligati alla rendicontazione di sostenibilità (CSRD e standard di rendicontazione ESRS) potrebbero portare a miglioramenti nella qualità e nei contenuti della divulgazione delle emissioni, è fondamentale che anche le PMI riconoscano sin da subito l’importanza di affrontare le emissioni Scope 3, orientando le proprie risorse al monitoraggio delle stesse lungo l’intera catena del valore per prendere decisioni consapevoli in ottica di una loro riduzione. È necessario correggere la rotta per avvicinarsi alla prospettiva di raggiungimento dell’obiettivo europeo Net Zero entro il 2050 e allontanarsi sempre di più dallo scenario catastrofico di fine secolo evocato di recente da Antonio Guterres.

Di Luminita Naca, Certified ESG Analyst, EFPA ESG Advisor.

La blockchain a tutela del made in Italy: l’iniziativa del Governo

Il Governo italiano ha approvato un disegno di legge sul Made in Italy che prevede l’utilizzo della tecnologia blockchain per proteggere e certificare i prodotti italiani.

Secondo il testo del disegno di legge, la blockchain sarà impiegata per la certificazione delle filiere e la creazione di un catalogo nazionale per il censimento delle soluzioni conformi alle normative sulla tracciabilità delle filiere.

La tecnologia blockchain consente di tracciare le varie fasi di produzione e movimentazione di un prodotto, fornendo un sistema di registrazione sicuro e immutabile. Tuttavia, per garantire l’unicità di un prodotto all’interno della blockchain, è necessario applicare un seriale o un codice univoco su di esso. Sorge quindi la questione della contraffazione, ovvero se quel codice possa essere copiato su prodotti falsi.

Per affrontare questa problematica, il Poligrafico e Zecca dello Stato ha sviluppato soluzioni che utilizzano la blockchain e altri sistemi di tracciabilità, introducendo elementi di anticontraffazione mediante l’applicazione di identificativi univoci sui prodotti. Queste soluzioni sono state adottate per contrassegni come il vino DOCG o DOC, i bollini farmaceutici, i tasselli per il tabacco e i contrassegni per i prodotti alcolici. Gli identificativi fisici apposti sui prodotti consentono di identificare in modo univoco il bene e possono essere utilizzati per registrare le informazioni di tracciabilità anche sulla blockchain.

L’iniziativa del Governo ha suscitato commenti da parte di esperti del settore. In generale, c’è fiducia nell’utilizzo della blockchain: la tecnologia può contribuire a contrastare la contraffazione e i suoi effetti positivi si rifletteranno sia sui consumatori, che saranno meglio informati, sia sulle imprese italiane, che potranno beneficiare di una maggiore possibilità di “fare sistema” nel contesto internazionale. Allo stesso tempo, sorge l’esigenza di garantire un valore giuridico alla certificazione delle filiere basata sulla blockchain. Al momento attuale, mancano ancora le disposizioni di attuazione necessarie per conferire un valore giuridico definitivo, nonostante le norme del decreto semplificazioni del 2018.

Parità di genere: contributi per la certificazione UNI/PdR 125:2022

La Legge 5 novembre 2021 n. 162 sulla parità salariale ha introdotto nell’ordinamento italiano la certificazione di parità di genere, rivolta alle aziende virtuose che si impegnano a ridurre il divario di genere su vari fronti

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